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Pescara, 04/05/2026
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Data: 21/12/2008
Testata giornalistica: Il Centro
A viso aperto davanti ai fotografi. Esce di casa alle 8.42, per la prima volta si fa riprendere. Un gruppo di persone aspetta fuori dall'aula: «È stato il Rinascimento adesso torneremo nel Medioevo»

PESCARA. Il secondo giorno della verità, quello in cui Luciano D'Alfonso mette tutte le sue carte sul tavolo, comincia alle 8.42 quando il sindaco esce dalla sua casa di via Salita Zanni per salire a bordo di una Volkswagen Tuareg. Alla guida c'è l'avvocato Roberto Milia, accanto siede il padre, Giuliano Milia, uno dei più noti penalisti d'Abruzzo. Nell'aria gelida, D'Alfonso, che indossa il suo vecchio loden verde, sale a bordo della vettura diretta a sud. In via dei Peligni, l'auto si ferma: Milia scende, preleva qualcosa in ufficio e risale in macchina. Alle 9.10 la Tuareg si ferma di fronte al tribunale.
Cinquanta minuti prima dell'orario previsto per l'interrogatorio, le 10, il sindaco varca i cancelli del Palazzo di giustizia in un sabato di uffici semivuoti, con il bar chiuso per riposo e la grande galleria deserta. Milia apre la strada, come per assicurarsi che nessuno disturbi il suo cliente, che avanza con aria intimidita. Porta a tracolla una borsa di cuoio in cui ha infilato documenti, carte, volantini, cd-rom, tutto il materiale messo insieme in modo meticoloso dal giorno dell'arresto, alle 22.30 di lunedì. Pochi istanti dopo, si siede nell'aula 6 dove sarà ascoltato dal gip Luca De Ninis. La sala è deserta.
L'assalto di giornalisti, fotografi e telecamere comincia alle 9.20, quando i primi cronisti arrivano a Palazzo di giustizia. Per la prima volta, su consiglio del suo legale, D'Alfonso accetta di farsi riprendere e fotografare, seppure in modo discreto, ma di fronte alla stampa resta in assoluto silenzio. Niente volto coperto dalle mani, niente più fughe davanti agli obiettivi.
Alle 10.10, quando inizia l'interrogatorio, all'esterno dell'aula 6 staziona un piccolo gruppo di cittadini: donne e uomini, non più di una ventina di persone, che per quasi cinque ore aspetteranno assieme ai giornalisti l'uscita del sindaco dalla sala in cui è chiamato a raccontare la sua storia, la sua versione dei fatti per i quali la procura lo accusa associazione per delinquere finalizzata a corruzione e concussione, peculato, truffa e falso ideologico.
«Siamo qui per dirgli "coraggio"» dice una donna. «Noi abbiamo molti dubbi su questa inchiesta, gli stessi che hanno in tanti» spiega Bruno, «il sindaco è una persona seria, hanno voluto distruggerlo politicamente». Accanto a lui, osserva Maria Antonietta: «Questo è stato il Rinascimento di Pescara, adesso ricadremo nel Medioevo, voglio dirgli di tenere duro». Non è un gruppo organizzato, ognuno è venuto per conto suo, qualcuno era già al consiglio comunale della commozione e dello scontro, qualcuno ammette anche: «Per curiosità». «Quando mai c'è stato un sindaco come questo a Pescara?» chiede Felice. Adesso si teme il blocco delle opere: che non sorga mai il parco che avrebbe dovuto sorgere sull'area di risulta, che non sia realizzato il prolungamento di via Caravaggio, che il Ponte del mare non sia concluso: «E questo tribunale? Chi l'ha fatto fare?». I lavori immaginati sotto la giunta di Luciano D'Alfonso, che nessuno tra loro vuole credere colpevole: «Tanta gente dice che a giugno, sulla scheda, scriverà D'Alfonso» annuncia una donna. Attorno all'una arriva una famigliola: mamma, papà e due bambini. Benedetta ha cinque anni: «Voleva salutare il sindaco» sorride la signora. Ma i genitori e bimbi sono già tornati a casa quando, alle 14.40, D'Alfonso esce tra gli applausi dei pochi che hanno resistito all'interminabile attesa di quasi cinque ore di interrogatorio. «Coraggio, coraggio» lo incitano. D'Alfonso, col volto tirato, guarda avanti con gli occhi lucidi, stringe una mano, poi sale in macchina e scompare

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