La protesta della base «Sempre le solite facce» Consensi per Di Matteo
SULMONA. La rabbia dei militanti: «Sempre le stesse facce: fate un passo indietro». Le lacrime di Di Matteo che strappa l'applauso più lungo, battendo persino quelli per D'Alfonso. Il richiamo di Franco Marini: «Ma questo partito lo facciamo o no?». Battesimo del fuoco per il commissario Massimo Brutti mandato da Veltroni a sanare le ferite del Pd abruzzese. All'assemblea regionale di Sulmona si presentano il doppio dei delegati e mancano le sedie. In tanti, tra cui il sindaco di Chieti Francesco Ricci, restano in piedi. Molti si defilano volutamente, su tutti Livia Turco ed Enrico Paolini.
La deputata si siede in terza fila, chiede di parlare ma poi rinuncia e dice «No grazie» a chi le chiede commenti. L'ex presidente vicario dice: «Qui serve un intervento forte, integerrimo, per eliminare i gruppi di potere interni al partito». Qualcuno, nei corridoi, tira fuori la storia del voto disgiunto, cioè «accoppiato», Sclocco-De Laurentiis, che c'è chi giura di aver contato su qualche centinaio di schede. Sono soltanto alcune delle «trappolette e trappoline» e dei «veleni» che aleggiano nella stipatissima sala del «Santacroce» e di cui parlerà, di lì a poco, tra le lacrime, Donato Bartolomeo Di Matteo. L'escluso eccellente dalle elezioni si riprende, di fronte a una platea mista, tra cui tanti suoi sostenitori, parte del «maltolto», «frutto di un'esclusione immotivata dopo regolari primarie». E parlando di passi indietro, auspicati da più parti specialmente dai più giovani, il deputato Giovanni Lolli ammette serenamente: «Abbiamo fallito come classe dirigente e come partito e il passo indietro non ho problemi a farlo». Emblema dei militanti è Lucia Converti di Roseto. «Sono anni, anni e anni che vediamo sempre le stesse facce», dice rivolta alle prime file di deputati, senatori, emeriti e in carica. «Io ho 42 anni e una famiglia, faccio l'insegnante di sostegno e nella campagna elettorale ci ho messo la faccia: tutti, tutti fate un passo indietro. Nelle inchieste, se non c'entri niente ti stralciano subito e ne esci. Noi dobbiamo essere più puliti degli altri. Il problema è che voi non ascoltate più la base». Brutti annota. Ha il suo bel daffare Stefania Pezzopane che presiede l'assemblea, specie quando le circa 40 richieste d'intervento ingolfano il registro, con le inevitabili lamentele pubbliche poi rientrate.
Capitolo D'Alfonso. Il sindaco dimissionario di Pescara riceve solidarietà da più parti. Oltre al suo vice Camillo D'Angelo e all'assessore Moreno Di Pietrantonio, che lo difendono e si difendono, lo citano in molti, da Lolli a Tommaso Coletti («un abbraccio fraterno»), dal senatore Giovanni Legnini fino a Marini. «Stimo e rispetto la magistratura», dice il presidente emerito del Senato, «ma vi invito a leggere una pagina del Centro (pubblicata ieri, ndr), per farvi un'idea di quest'inchiesta». Marco Verticelli chiede «subito il nuovo segretario». In pochi reggono cinque ore di dibattito serrato. Vedi sfilare il neo-eletto Claudio Ruffini, con una maglia a rombi che piacerebbe tanto a Gianni Chiodi. L'ex sindaco di Giulianova voleva parlare, ma ci rinuncia. Nicola Pisegna Orlando è già andato via quando Brutti parla di Del Turco. «Ma come si fa a ricevere 18 volte a casa un imprenditore così potente nel campo della sanità. Suvvia, occorre rigore, rigore massimo. E la giusta distanza». Via via sfilano tutti. Solo Ricci non si arrende e va da Brutti e confessa: «Sono il peggiore, sono il sindaco di Chieti dove abbiamo perso di brutto».
A convention finita, ecco al tavolo Anna Nenna D'Antonio parlamentare di lungo corso. È lei a chiedere a Brutti di lanciare ancora un altro applauso per D'Alfonso. «Su, su, un altro, un altro». Non c'è più tempo. L'assemblea, coi documenti presentati, si aggiorna a gennaio. A panettone digerito.