Libera Dezio e dice: non c'è prova di tangenti. D'Alfonso verso la libertà
PESCARA. L'accusa contro il sindaco Luciano D'Alfonso è smontata. Bastano tre fogli di un'ordinanza per scarcerare Guido Dezio e cancellare oltre cento pagine in cui il pubblico ministero, Gennaro Varone e il giudice per le indagini preliminari, Luca De Ninis, elencavano decine di corruzioni, un caso di concussione, truffe e associazione a delinquere. E definivano D'Alfonso e il suo staff una «cupola» che governava la città per arricchimento personale, a danno dei pescaresi.
Ma bastano tre pagine per ridurre l'inchiesta, che ha decapitato il Comune di Pescara e fatto arrestare il sindaco-leader regionale del Pd, in una semplice indagine su casi di fondi neri al partito la cui illegalità, per di più, è ancora da dimostrare, come scrive il giudice.
I REATI SPARITI. Nessuna corruzione e associazione a delinquere ma semplice finanziamento alla Margherita oppure all'associazione «Europa Prossima» su cui, peraltro, occorre anche fare ulteriori accertamenti. Ma c'è di più: il gip definisce le prove sulle presunte corruzioni come semplici deduzioni investigative. Parla persino di «originaria scarsità investigativa». Ed è un colpo durissimo all'accusa, costretta a subìre una sorta di «8 settembre». Da parte di chi?
L'ordinanza che fa crollare l'inchiesta porta la firma di Luca De Ninis, cioè lo stesso giudice che, lunedì 15 dicembre, ha dato il via libera agli arresti domiciliari per D'Alfonso, per il suo segretario Dezio e per l'imprenditore di Francavilla, Massimo De Cesaris, titolare dell'impresa che gestisce i cimiteri di Pescara.
L'ATTO DI ONESTA'.Tutto è accaduto ieri pomeriggio quando De Ninis ha tirato le somme di una settimana di interrogatori e, in particolare, ha messo a fuoco le dichiarazioni rese da D'Alfonso nella sua deposizione fiume durata otto ore, avvenuta in due round, giovedì e sabato scorsi. Una deposizione che il gip definisce «accorata e dettagliata», quindi determinante per il clamoroso epilogo dell'inchiesta pescarese.
In parole semplici, D'Alfonso, assistito dagli avvocati Giuliano e Roberto Milia, ha convinto il giudice De Ninis che, ieri pomeriggio, ricorrendo a un atto di estrema onestà intellettuale - così lo hanno definito negli stessi ambienti giudiziari - a sette giorni da un arresto di cui ha parlato tutt'Italia, ha fatto un totale e improvviso dietrofont, motivando la libertà per Dezio con l'inesistenza di prove di tangenti. E svuotando di quasi tutti i contenuti l'inchiesta che ha decapitato il Comune.
ECCO IL VERBALE. Cosa c'è scritto nei tre fogli d'ordinanza che, dopo una settimana drammatica, cambieranno per la seconda volta la storia di Pescara? Siamo in grado di pubblicare e commentare i tre passaggi principali del provvedimento che accoglie in toto le richieste degli avvocati Medoro Pilotti Aielli e Marco Spagnuolo, difensori di Dezio, l'ex segretario del sindaco e dirigente del Comune denifito dall'accusa, fino a poche ore prima della decisione del gip, come il «luogotenente» di D'Alfonso con il ruolo di «collettore» di tangenti. Ma per il giudice non è più così. Ecco cosa ha scritto.
D'ALFONSO CHIAVE. «Alla luce della dettagliata e appassionata autodifesa del sindaco D'Alfonso, e del deposito di ulteriori elementi da entrambe le parti, è necessario prendere atto che il quadro indiziario ha subìto un sostanziale ridimensionamento, in senso favorevole agli imputati, proprio in relazione alle condotte delittuose più significative ai fini della determinazione della misura cautelare, ovvero la corruzione relativa ai project financing dei cimiteri e all'appalto dell'area di risulta e all'estensione del 416 rispetto alla quale non sembra fondata nemmeno la partecipazione del Molisani».
Va letto tutto d'un fiato questo passaggio-chiave dell'ordinanza che rimette in libertà Dezio, cancella i reati più gravi e riconosce a D'Alfonso una sorta di patente di credibilità. Ma anche il resto dell'atto del gip De Ninis è importante per la difesa.
LE PROVE DEDOTTE. «Tale sopravvenienza», continua il giudice, «valutata congiuntamente con l'originaria scarsità dei quadri investigativi suggestivi di finalità di arricchimento personale, inducono a ritenere fondate le perplessità sulla tenuta dell'impianto accusatorio, in relazione della qualificazione giuridica delle corruzioni, quanto meno a quelle contribuzioni illecite emerse nella contabilità sequestrata al Dezio», cioè all'ormai famoso foglietto su cui il segretario del sindaco segnava cifre e nomi di imprenditori. E' un foglietto che esiste davvero ma, da solo, non basta per dire che la tale impresa ha pagato un contributo per ottenere in cambio uno specifico favore. E', in parole semplici, l'introduzione del passaggio seguente dell'ordinanza che appare più complesso e dice: «La cui natura di remunerazione degli atti pubblici (ci si riferisce alla lista di Dezio, ndr), di concerto con le relative commesse alle imprese, non è riscontrata da condizioni di illegittimità che supportino la tesi del favoritismo, sulla base di ammissioni, ma si fonda sul mero assunto della turbata discrezionalità dell'amministrazione che riceve contributi», cioè non si può accusare il sindaco di aver preso tangenti sulla base di una deduzione investigativa.
SOLO FONDI NERI. Il gip tira le somme dell'inchiesta che ha sconvolto Pescara: «In definitiva tali fattispecie potrebbero subire una riqualificazione come meri finanziamenti illeciti del partito». Punto e basta. Anzi no: il giudice annuncia ulteriori accertamenti su Europa Prossima e manifesti elettorali perché non vi è certezza neppure dei fondi neri. L'effetto che questa ordinanza scatenerà nelle prossime ore non sarà di piccole dimensioni. Innanzitutto, è l'atto che di fatto anticipa la rimissione in libertà dello stesso sindaco, prevista per domani. Peccato per D'Alfonso che il suo arresto sia avvenuto alle 22,30 di lunedì 15 dicembre, con la notizia data in diretta a mezza Italia da Bruno Vespa durante «Porta a Porta», e che torni libero alla vigilia di Natale, quando anche i giornali sono in festa.