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Pescara, 04/05/2026
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Data: 27/12/2008
Testata giornalistica: Il Messaggero
«Le dimissioni? Ora viene prima la famiglia». D'Alfonso gela l'entusiamo dei sostenitori: «Una città malata, devo capire cosa è successo»

PESCARA - La solitudine dei numeri primi, il libro avuto in regalo dal collega chietino Francesco Ricci, e la compagnia dei numeri grandi. Migliaia sono le pagine da rileggere per mettere a punto la strategia difensiva, dopo il round positivo dell'interrogatorio di garanzia; 1364 i messaggi di auguri e solidarietà ricevuti a cavallo del Natale, ai quali bisognerà rispondere, piano piano. Le prime ore da uomo libero Luciano D'Alfonso le dedica agli affetti familiari e alla ricostruzione del rapporto con la gente, bruscamente interrotto dall'arresto del 15 dicembre. «Per fortuna c'è un giudice a Berlino - dice mentre con i suoi aspetta la notifica dell'ordinanza di revoca della misura cautelare, nel pomeriggio della vigilia -. E fa niente che la citazione è la preferita di Silvio Berlusconi, per punteggiare le assoluzioni che accompagnano il proprio cammino giudiziario». Il tifo dei sostenitori più estremi, che in attesa della buona novella da ore assediano la villetta di salita Zanni, dopo aver invaso l'aula consiliare, firmato petizioni e gridato ai quattro venti "ridateci il nostro sindaco", è un grande conforto. Un caso senza precedenti nel rapporto delicatissimo tra il popolo e i leader caduti da cavallo. Un boato accoglie la notizia che il sindaco è libero: «La città è tua, ritira le dimissioni», scandisce la folla. D'Alfonso si affaccia, agita la mano, trattiene le lacrime: è l'uomo provato descritto da Francesco Ricci, l'unico compagno di partito che è andato a fargli visita durante gli arresti domiciliari.
Il popolo di D'Alfonso lo rivuole al timone. Teoricamente, il ritiro delle dimissioni è possibile, ma l'argomentazione dell'ordinanza del gip De Ninis gela di fatto le speranze: «Ci penserò - ripete Luciano D'Alfonso - questa non è una priorità, ora. Voglio prima pensare alla mia famiglia, ricostruire la trama degli affetti, dedicarmi a mio fratello che ha problemi più gravi dei miei, ricambiare l'amore di mia madre che mi è vicina in un silenzio rispettoso, ma innaturale». Il sindaco liberato si sforza di recuperare una difficile normalità: mercoledì sera è andato alla messa di mezzanotte a Cristo re, ha stretto molte mani, ha raccolto nuovi inviti a non mollare. Il giorno di Natale lo ha trascorso con moglie e figli. Regali, preghiere, letture, soprattutto un testo che parla di Giovanni Paolo II e del bisogno di incontro che anima l'esistenza dell'uomo. A Santo Stefano è andato a trovare il fratello Alcide. Ma qualcosa si è rotto e lo dicono gli occhi lucidi e i lunghi silenzi di D'Alfonso davanti ai microfoni di tg: «Devo prima capire cosa è successo e, soprattutto, perchè è accaduto. Questa città soffre di un male profondo, di cui questa vicenda rappresenta solo uno dei sintomi».
La seconda riflessione è per la giustizia, nel cui percorso l'imputato D'Alfonso coglie alcune incoerenze. Premesso che «l'intelligenza di un giudice capace di cambiare opinione mi ha aiutato, al pari delle preghiere e della ferrea volontà di uscire pulito da questo incubo», il problema diventa di ordine generale. D'Alfonso ne parla al telefono con Veltroni e con gli alti dirigenti del Pd che si precipitato a chiamarlo, una volta ufficiale la revoca degli arresti domiciliari. Certo, per il sindaco dimissionario il giudice delle indagini preliminari sforna un'ordinanza meno demolitoria di quella riservata al braccio destro Guido Dezio, ma una domanda resta al centro del dibattito: era necessario? «Quando sarà il momento - dice D'Alfonso - una riflessione profonda sulla giustizia andrà avviata. In questo paese serve il parere di tre persone per decidere su una licenza di pesca; basta invece una sola testa per decidere sulla libertà di un uomo».

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