PESCARA. «Auspico che le accuse rivolte a esponenti del Partito democratico possano essere ridimensionate». Dopo la durissima reazione di Walter Veltroni e dei vertici del Pd, nell'infuriare della polemica politica sulla giustizia, che dopo anni di scontri avvicina centrodestra e centrosinistra, Silvio Berlusconi commenta i fatti di Pescara rinunciando a inasprire i toni.
«Non ho approfondito il tema, non conosco le situazioni» dice il premier parlando con i giornalisti a palazzo Grazioli. «Non ho letto i giornali su questa vicenda: ho una certa allergia per queste cose e non le leggo» sottolinea ricordando di avere mostrato fair play.
Le dichiarazioni del presidente del consiglio arrivano nel giorno in cui l'ex presidente del Senato Franco Marini attraversa l'Abruzzo, sfidando le strade innevate, per abbracciare Luciano D'Alfonso. La visita era stata annunciata, ma agli amici di Pescara aveva detto: verrò domenica. Alle 15.30, con un giorno d'anticipo, il padre nobile del Pd entra nella casa di via Salita Zanni assieme a Enzo Del Vecchio, il «sottosegretario» di D'Alfonso, che Marini ha avvertito un paio d'ore prima: «Vengo a Pescara, mi accompagni da Luciano?». Dura un'ora l'incontro nel salotto dove ormai le giornate sono una interminabile processione di amici, politici e cittadini che salgono in collina per stringere la mano al sindaco sotto accusa. Un'ora di chiacchiere, ma anche di riflessioni sugli scenari giudiziari e politici, il cui contenuto non verrà rivelato. All'uscita, Marini preferisce non rilasciare dichiarazioni: «Sono venuto a salutare un amico» si limiterà a dire risalendo in macchina. La sua opinione sulla vicenda giudiziaria in cui D'Alfonso è il principale accusato, del resto, è nota: «L'ho detto in tutte le salse: non credo che abbia preso tangenti e l'impianto accusatorio è fragile» ha ribadito appena poche ore prima. Non solo. Marini ha fatto anche un passo in più: ha suggerito che il partito restituisca a Luciano D'Alfonso il suo incarico di coordinatore regionale del Pd, revocando il commissariamento affidato a Massimo Brutti, proprio mentre la città si interroga sulla possibilità che il sindaco ritiri le dimissioni. È questa l'emergenza del partito, che in queste ore corre sottotraccia perché nessuno, ufficialmente, ha ancora chiesto a D'Alfonso cosa intenda fare, lasciando la decisione alle valutazioni del primo cittadino e del suo avvocato, Giuliano Milia. «In lui c'è la rabbia di vedere provvedimenti tanto contraddittori senza alcun reato concreto, si pone il problema dell'interruzione di un sistema democratico in una città, sette mesi dopo l'esercizio della volontà popolare» racconta un amico. Ma per ora, nessuno si sbilancia. La parola d'ordine, tra compagni di partito e di amministrazione, è proteggere il sindaco e lasciarlo tranquillo.
In mattinata sono andati a portargli solidarietà due sacerdoti che il Comune ha aiutato in questi anni, nel pomeriggio, partito Marini, tornano a trovarlo gli assessori Antonio Blasioli e Roberto De Camillis e il consigliere Stefano Casciano, in casa ci sono già alcuni vecchi amici di D'Alfonso. Il clima è familiare. Se si parla del futuro dell'amministrazione, nessuno è disposto a rivelarlo. I giornalisti vengono tenuti alla larga: per il momento nessuna dichiarazione, nei giorni scorsi sono state rifiutate interviste anche a «Porta a porta» e a «Matrix».
Il Pd di Pescara, intanto, dopo una riunione ristretta convocata per ieri pomeriggio, si prepara a una controffensiva: venerdì 3 gennaio, alle 17, è annunciata «una grande iniziativa» al cinema teatro Massimo «per far conoscere ai cittadini quello che è stato fatto per Pescara». Il 5 gennaio il ministro dell'Interno Roberto Maroni scioglierà il consiglio comunale. Entro quella data, quindi, Luciano D'Alfonso dovrà risolvere il rebus: tornare a Palazzo di città rischiando un nuovo provvedimento cautelare, oppure correre una corsa solitaria per dedicarsi unicamente alla sua difesa.