«Giustizia minata da un'altalena che si poteva evitare»
PESCARA. D'Alfonso si difenda nel processo e poi potrà riproporsi in politica «nella pienezza delle sue capacità e con la credibilità di sempre». Il ministro-ombra della giustizia Lanfranco Tenaglia, magistrato abruzzese e parlamentare del partito Democratico, consiglia al sindaco di Pescara «di non ritirare le sue dimissioni». Tenaglia commenta il caso-D'Alfonso parlando di «altalena di provvedimenti che si poteva evitare» e aggiunge che nel Pd «ci sono tante persone oneste». Infine, guardando alle Provinciali di giugno e, forse, alle Comunali di Pescara, apre all'Udc.
Dimissioni-sì dimissioni-no? D'Alfonso deve restare sindaco di Pescara oppure farsi da parte e aspettare l'eventuale processo?
«Luciano D'Alfonso ha fatto bene a presentare le dimissioni dalla carica di sindaco. Il suo gesto è indice di grande sensibilità istituzionale, di rispetto verso il lavoro della magistratura e di massima considerazione per il giudizio e la volontà dei cittadini. D'Alfonso saprà decidere al meglio su cosa fare ora. Il mio modesto consiglio è di non ritirarle. Sono certo che presto potrà tornare a fare politica nella pienezza delle sue capacità e con la credibilità di sempre. È interesse di tutti che la situazione venga chiarita pienamente e rapidamente nelle sedi proprie. Le indagini durano da oltre due anni, spetta alla magistratura, anche per tutelare la credibilità stessa della giustizia minata da un'altalena di provvedimenti che si poteva evitare, fare al più presto luce sui fatti addebitati a D'Alfonso».
Alla luce del ritorno in libertà, il sindaco dimissionario deve tornare anche a guidare il Partito democratico in Abruzzo? E il commissario Brutti deve restare?
«Il commissariamento si è reso necessario nel momento difficile in cui il leader e segretario regionale del partito è stato arrestato. Il senatore Brutti ha il compito di traghettare il Pd abruzzese in questo periodo delicato. Il suo è un mandato limitato nel tempo e finalizzato a ricostituire gli organismi dirigenti e a consentire lo svolgimento del congresso regionale».
Nel Pd si è levata la voce di Violante. È vero, come dice il Pdl, che esistono due linee, Veltroni-Brutti e Violante? Se sì, lei in quale si riconosce?
«La linea del Pd sulla giustizia è una sola, quella espressa da coloro che nel partito e nei gruppi parlamentari rivestono incarichi di responsabilità, dibattuta nella conferenza nazionale del 21 novembre scorso, ribadita da Veltroni nella direzione nazionale e che ho personalmente illustrato al ministro Alfano. Processi più rapidi, certezza della pena, maggiore equilibrio tra accusa e difesa, nessuno strappo alla Costituzione. Il governo e la maggioranza, invece, sono profondamente divisi sia sulle intercettazioni, che Berlusconi vuole escludere per i reati contro la pubblica amministrazione e la Lega e An no, sulla separazione delle carriere, che Berlusconi vuole e An contrasta, sull'obbligatorietà dell'azione penale e potrei continuare. Forse è il caso che gli organi d'informazione comincino a chiedere conto di questo e non a continuare a fare esami del sangue al Pd. Il nostro riformismo e la nostra attenzione per le garanzie e per il rispetto del principio di legalità non cambiano di una virgola».
In Abruzzo c'è un problema di classe dirigente? Come si risolve? Su chi potrebbe puntare il Pd per superare il doppio choc degli arresti di luglio e dicembre?
«La questione morale deve essere centrale nell'azione di ogni partito politico. Deve riguardare tutto il Paese: le istituzioni, la politica, l'imprenditoria e i cittadini. Il Pd è costituito da persone perbene e da amministratori capaci e onesti che sono un patrimonio per la nostra regione e che rappresentano una cultura di buon governo e di rispetto per la legalità sulla quale si fondano un'azione amministrativa efficace e un grande patrimonio di consensi. Gli amministratori locali e i militanti sono la leva con la quale risollevare le sorti del Pd.
All'assemblea regionale di Sulmona la base ha attaccato i "caminetti romani" chiedendo passi indietro ai padri storici. È d'accordo sulla linea dei giovani?
«Il rinnovamento e il ricambio generazionale sono la linfa della politica. Ma il giovanilismo fine a sé stesso non risolve i problemi. Lo dice uno che è stato spesso, ahimé nel passato ormai, nei diversi ruoli istituzionali ricoperti "il più giovane". All'entusiasmo della novità va abbinato il contributo dell'esperienza, la faccia nuova deve essere sorretta dalla spina dorsale del merito e della capacità, la novità politica sfonda nel consenso solo se si nutre di credibilità nel proporre e nel perseguire davvero politiche e metodi nuovi».
A giugno le provinciali in Abruzzo e forse le comunali a Pescara. C'è il rischio di un tracollo per il Pd?
«Assolutamente no. La sconfitta alle regionali c'è stata ed è stata pesante. Ma il Pd ha dovuto correre in salita e con la zavorra a causa dello scioglimento del consiglio regionale a seguito degli arresti che hanno interessato la giunta Del Turco. Nella prossima primavera sarà diverso. Le province e tanti comuni sono amministrati da presidenti e sindaci del Pd e dalla coalizione di centrosinistra molto bene. I cittadini lo sanno e sapranno rinnovarci la loro fiducia. In sede locale occorrerà anche dialogare con spirito costruttivo con l'Udc che è come il Pd all'opposizione in Parlamento».
Del Turco dichiara al "Giornale": «È singolare che i due uomini che si occupano di giustizia nel Pd, Brutti e Tenaglia, hanno entrambi nel proprio passato il Csm e dunque si sono occupati di carriere dei magistrati». Cosa risponde?
«Io sono un professionista, un tecnico prestato alla politica. Il mio impegno sarà a termine, tornerò al mio mestiere. Ho la fortuna di poterlo fare. La singolarità, ormai insopportabile per i cittadini, risiede nei casi affatto diversi e per mia fortuna opposti a quello che mi riguarda nei quali la politica dimentica il merito, le competenze e le conoscenze professionali nel distribuire incarichi. Vanno stigmatizzati i casi in cui la politica diventa professione».