PESCARA. Ventuno giorni per riscrivere la storia recente di Pescara. Tre settimane che si aprono lunedì 15 dicembre con il clamoroso l'arresto di Luciano D'Alfonso e che si concluderanno lunedì 5 gennaio con lo scioglimento del consiglio comunale, a meno che il sindaco non ritiri le dimissioni. Ventuno giorni che oggi arrivano al giro di volta, con il vertice convocato nella procura di Pescara per fare il punto sulle vicende in cui D'Alfonso risulta indagato, con i pm richiamati dalle ferie per capire se è possibile unificare le inchieste e dare corpo alle accuse, mentre l'impianto delle imputazioni scricchiola.
Le tre inchieste.
Delle cinque grane giudiziarie che in 67 mesi di attività di governo hanno investito la giunta guidata da Luciano D'Alfonso, sono tre quelle che lo riguardano come indagato: la prima è l'assunzione in Comune del suo ex braccio destro Guido Dezio: emerge nel 2007, quando il sindaco viene iscritto nel registro degli indagati per abuso patrimoniale; nei mesi seguenti scoppia il caso dell'Urbanistica, con 22 accordi di programma firmati dai big del mattone che finiscono al setaccio dalla procura: D'Alfonso viene indagato per abuso d'ufficio, corruzione e finanziamento illecito dei partiti, ma l'inchiesta sembra non decollare. Il 13 maggio 2008, l'arresto di Guido Dezio rivela l'esistenza di una terza indagine, relativa ai rapporti del sindaco con le imprese, che due settimane fa porta ai domiciliari Luciano D'Alfonso con le accuse di associazione a delinquere finalizzata a corruzione, concussione, falso ideologico, abuso e truffa aggravata. Con lui, scattano gli arresti per l'imprenditore Massimo De Cesaris e, di nuovo, per Dezio.
Nel 2003, la prima giunta D'Alfonso si era aperta sotto i peggiori auspici, con l'arresto dell'assessore Rocco Petrucci, mentre nel maggio 2006 l'assessore Rudy D'Amico era riuscito a evitare l'arresto per la «Green Connection» grazie alle dimissioni: le due inchieste, però, non avevano toccato D'Alfonso.
Verso l'unificazione.
Dunque tre inchieste in una, una ricostruzione più organica delle presunte attività illecite del sindaco, sembra essere questo ora l'obiettivo del vertice convocato questa mattina in procura, con un lavoro che procede a tappe forzate nonostante le feste di fine anno: oggi, infatti, è previsto anche l'interrogatorio da parte del pm Gennaro Varone di Giampiero Leombroni, l'ex dirigente comunale a cui erano state affidate le procedure per l'appalto delle aree di risulta e il project financing per la gestione dei cimiteri, i due procedimenti al centro dell'inchiesta sui rapporti tra il sindaco e gli imprenditori che ha coinvolto anche il patron di AirOne Carlo Toto.
Il rebus delle dimissioni.
All'esito di questo vertice oggi guarderà anche Luciano D'Alfonso, che non ha ancora sciolto il nodo delle dimissioni. Per ritirarle, il sindaco aspetta un segnale forte dalla segreteria nazionale del Pd, l'appoggio pieno dopo la pioggia di dichiarazioni critiche sull'operato della magistratura di Pescara seguite alla revoca delle misure cautelari e alle contraddizioni dell'accusa. Non è l'unica condizione, certo, perché la valutazione è innanzitutto giuridica e il sindaco l'ha affidata prima che ad altri al suo avvocato, Giuliano Milia. Il rischio è che gettando il cuore troppo oltre l'ostacolo, D'Alfonso possa trovarsi al centro di una nuova bufera giudiziaria. Forse, di un nuovo provvedimento cautelare. Perché il gip Luca De Ninis, nella sua ordinanza, lo scrive chiaramente: l'arresto viene revocato solo in virtù del fatto che le dimissioni riducono il rischio di inquinamento delle prove, determinando «un ulteriore indebolimento della rete di rapporti intessuti da D'Alfonso nell'esercizio della propria attività politico-amministrativa e della conseguente capacità di manipolare persone informate e documenti». Per ora, quindi, la consegna resta quella del silenzio.
Capodanno sulla neve.
È escluso allora, come ieri riferito dal Messaggero, che D'Alfonso possa salire sul palco del concerto di Luca Carboni, il 31 dicembre, per cercare una investitura plebiscitaria e lanciare proprio dalla piazza dove il 14 dicembre ha fatto la sua ultima uscita pubblica con Toyo Ito, il guanto di sfida alla procura: a smentirlo è stato ieri il consigliere comunale Enzo Del Vecchio, l'uomo che in questi giorni è il portavoce del sindaco: «Escluderei decisamente che Luciano D'Alfonso possa tenere un comizio la sera di Capodanno in Piazza Salotto. Non può farlo innanzitutto perché non è più sindaco, secondo perché non sarebbe opportuno. E poi, in quei giorni, non sarà a Pescara». Convinto dalla famiglia, infatti, D'Alfonso caricherà le valige in macchina per trascorrere la fine dell'anno tra Rivisondoli e Pescocostanzo. Al ritorno, i suoi lo vorrebbero alla grande manifestazione che il Pd di Pescara organizzerà al cinema Massimo il 3 gennaio per raccontare ai cittadini i cinque anni e sette mesi di amministrazione D'Alfonso «che hanno cambiato la città».
Le tre ordinanze.
Ma l'abbraccio della folla potrebbe non bastare a farlo tornare a Palazzo di città.
Per il gip De Ninis, infatti, l'«appassionata difesa» condotta dal sindaco» in quasi otto ore di interrogatorio non basta a ridurre la gravità del quadro indiziario, che è anzi «sotto taluni aspetti rafforzato». Questo scrive il giudice nella sua ordinanza del 24 dicembre, quella con cui, dopo Dezio, rimette in libertà D'Alfonso e De Cesaris. L'ultimo di tre provvedimenti con cui, in nove giorni, il magistrato modifica per tre volte il suo convincimento: il 15 dicembre decide l'arresto del sindaco indicato come il capo di una cupola affaristica; il 22 dicembre, con una clamorosa ordinanza, smonta il castello accusatorio e libera Dezio, il presunto «collettore» delle tangenti, parlando di «originaria scarsità investigativa» e sostenendo che le prove delle presunte corruzioni sono semplici deduzioni investigative. Le presunte tangenti, si legge nel documento, «potrebbero subire una riqualificazione come meri finanziamenti illeciti del partito». È quella che sembra a tutti la fine della tempesta: D'Alfonso sollevato dalle accuse, inchiesta finita. Invece no. Con la decisione del 24 dicembre, De Ninis rimette sì in libertà il sindaco, ma spiega che le testimonianze e gli accertamenti successivi alla sua deposizione «hanno in gran parte eliso il valore del costituto difensivo del D'Alfonso in relazione all'aspetto ritenuto più significativo, quello delle ristrutturazioni». A rimettere sulla graticola D'Alfonso, dunque, sarebbero le deposizioni di Massimo De Cesaris, di Fabrizio Paolini, avvocato e borsista del Comune, e di Antonio Ciccarini (non indagato), un ex dipendente di De Cesaris che negli atti risulta essere un muratore e che si rivelerà essere un contabile.
Il peso delle accuse.
Delle accuse iniziali mosse a D'Alfonso, dunque, nella terza ordinanza resta come nucleo centrale la vicenda delle ristrutturazioni eseguite in casa di D'Alfonso da De Cesaris, mentre la vicenda relativa all'appalto per la riqualificazione delle aree di risulta è affievolita.
Ma il pm Varone non ha dubbi: per lui, le tangenti di D'Alfonso ammontano a circa 200 mila euro: il valore dei viaggi in Falcon offerti dal patron di AirOne, di una gita a Venezia con moglie e figli, di cene elettorali, di un autista-factotum con auto a disposizione pagato dall'amico Toto, dell'acquisto di un mezzo di soccorso da donare al comune di Lettomanoppello. In cambio di queste regalìe (solo alcune di quelle indicate), Toto avrebbe avuto una corsia di favore nel gara d'appalto da 53 milioni di euro per l'area di risulta. A De Cesaris, in cambio della ristrutturazione della sua casa di via Salita Zanni e della sede della Margherita a Lettomanoppello, sarebbe stata agevolata l'aggiudicazione del project financing da 18 milioni di euro per la gestione dei due cimiteri di Pescara. Versamenti in cambio di favori dall'amministrazione, secondo il pm, sarebbero arrivati da imprenditori come Lorenzo Di Properzio, Dino Di Vincenzo, Luigi Pierangeli. Denaro pubblico sarebbe stato distratto da D'Alfonso, in collaborazione con alcuni uomini del suo staff, dai fondi comunali per finanziare l'attività della Margherita.
La difesa di D'Alfonso.
«Tangentopoli non è finita», dichiara il procuratore capo Nicola Trifuoggi il 17 dicembre. Il giorno dopo, in procura, comincia la maratona difensiva di D'Alfonso: parla per tre ore, nega di avere preso tangenti: «Nessun imprenditore può dire di avermi dato soldi» dice D'Alfonso ribattendo punto su punto. Il 20 dicembre, dopo un secondo interrogatorio durato oltre quattro ore a cui Varone non assiste, esce da palazzo di giustizia tra gli applausi, mentre la polizia avvia nuove perquisizioni. Il 24 dicembre viene liberato. Le accuse restano.