I Pm che indagano sul sindaco incrociano i dati patrimoniali alla ricerca del "tesoro"
Scremando scremando, le relazioni pericolose tra D'Alfonso e gli imprenditori con interessi su Pescara si riducono a quattro nomi. Tre sono nell'inchiesta sugli appalti, uno in quella sull'urbanistica: si va da un big come Carlo Toto, patron di AirOne, tra gli artefici dell'operazione Cai-Alitalia, a costruttori piuttosto in vista come De Cesaris e Primavera, al titolare di una grossa azienda di lavori pubblici come Alberto La Rocca, titolare della Delta lavori e partner di De Cesaris nella gestione dei cimiteri cittadini. Tutti indagati, anche se con posizioni processuali nettamente diverse: soltanto Massimo De Cesaris ha condiviso con D'Alfonso e l'ex dirigente del Comune Guido dezio l'esperienza degli arresti domiciliari. per ipotesi di reato ugualmente gravi, sia Carlo Toto che suo figlio Alfonso sono indagati a piede libero, come gli altri, ai quali però vengono cotnentati contributi di modesta entità. Se, al netto di un fiume di regali, favori e finanziamenti più o meno leciti, il "bottino" del sindaco dimissionario esiste è da questi affari che devono saltare fuori le prove dell'arricchimento personale ipotizzato dal Pm e Gip. E' questa la ragione del vertice convocato questa mattina tra i pubblici ministeri impegnati nei due filoni di indagini sull'attività del Comune (fuori discussione le inchieste già chiuse: concorso per l'assunzione del braccio destro Guido Dezio e verde pubblico, un caso nel quale il sindaco non è indagato). Di fronte il Pm Varone e il cosiddetto "pool" composto dai magistrati Mennini, Di Florio e Bellelli. Due equipe non sempre in sintonia, come dimostra la coda disciplinare dell'inchiesta sul Comune di Montesilvano, che ha visto il procuratore aggiunto Mennini prosciolto dal Csm al termine di un procedimento in cui il Pm Varone figurava tra i testi d'accusa. Ma che ora potrebbero scambiarsi informazioni preziose per lo sviluppo di indagini dai delicatissimi risvolti politici.
L'inchiesta sulla gestione dell'urbanistica, ad esempio, ha già portato a approfondite indagini patrimoniali su Luciano D'Alfonso e sui suoi familiari più stretti, fino al terzo grado di parentela. Un lavoro avviato dalla procura esattamente dodici mesi fa, che non avrebbe portato alla scoperta di "tesori" personali. Da questo fronte sarebbe emersa soltanto un'altra prova del cosiddetto "stile D'Alfonso", il prestito di un fondaco da parte del costruttore Primavera, in attesa dello sblocco di una licenza edilizia incagliatasi sotto la precedente amministrazione. Un altro dei piccoli regali che, alla lunga, hanno finito per inguaiare il sindaco dimissionario di Pescara, soprattutto dopo la scoperta della contabilità parallela (contributi "N", cioè in nero, e "B", cioè regolarmente registrati) tenuta dall'ex braccio destro Guido Dezio. Anche il Gip Luca De Ninis, nell'ultima ordinanza firmata alla vigilia di Natale, ha riconosciuto che la gran parte delle dazioni sono finalizzate più che altro alla promozione dell'immagine dell'uomo politico. Ora è il momento di stringere per capire se arresto e dimissioni del sindaco, con il conseguente terremoto politico, sono giustificati da indizi in grado di mantenere in piedi le ipotesi di reato più gravi, dalla concussione alla corruzione, alla truffa aggravata.