MILANO. Si parte. In mezzo a mille polemiche ma si parte. Con tanti lavoratori rimasti a spasso, ma si parte. Il 13 gennaio a sorvolare i cieli ci saranno gli aerei (vecchi) della nuova Alitalia. L'accordo è fatto, le carte sono state firmate e dunque si procede. E' stato trovato anche l'accordo con Air France che entrerà nel capitale dell'ex Cai (ora Alitalia) con il 25 per cento delle quote a fronte di un esborso di 310 milioni di euro. Non poco, se si pensa che Cai, finora, ha pagato allo Stato italiano soltanto 150 milioni. La nuova compagnia, tuttavia, non vuole chiudere le porte a Lufthansa.
Tanto che nei prossimi giorni il presidente Colanninno incontrerà il numero uno della società tedesca. Il «decollo» della nuova Alitalia, va detto, non sarà semplice, almeno dal punto di vista della burocrazia. Intanto sarà necessario uno stop operativo di 7-8 ore, nella notte fra il 12 e il 13 gennaio, per consentire la regolarità delle procedure Enac.
E anche per dimostrare, almeno sulla carta, che fra la vecchia e la nuova Alitalia non c'è «continuità aziendale» perchè se questa fosse dimostrata, i dipendenti dovrebbero essere tutti riassunti con parità di grado e retribuzione.
Dunque, dal 13 gennaio, dall'aeroporto romano di Fiumicino partiranno aerei per 13 destinazioni intercontinentali, mentre le destinazioni raggiungibili da Malpensa saranno solo 3.
Un ritorno su Malpensa non è stato escluso da Colanninno e soci, a condizione che Linate diventi un city-airport, utilizzabile cioè solo per i voli interni, soprattutto il Roma-Milano. Ma qui sta il punto, perchè Malpensa con sole 3 destinazioni internazionali è destinata, se non a morte certa, a vivere decisamente male (molte società che avevano rapporti con lo scalo hanno già ridotto il personale).
Ieri altri tre esponenti del Partito democratico (il presidente della Provincia, Penati; il segretario lombardo Martina e il deputato Farinone) hanno lanciato messaggi alla Lega e accusato il governo. «Il nord e la sua economia - dice Penati - sono stati traditi dal grande capitale milanese che ha preferito la logica degli affari e sono stati abbandonati dal governo, che non ha mantenuto le promesse fatte». Proprio Penati chiede al presidente della Provincia di Varese e ai sindaci della zona «di andare a Roma per manifestare la nostra contrarietà alla lenta agonia di Malpensa». Ma i sindaci leghisti della zona andranno a manifestare contro il governo?
«Quanto sta accadendo - dice Martina - è uno schiaffo politico ai partiti della maggioranza e alla Lega che sulla difesa di Malpensa aveva costruito un'azione di propaganda». «Lo scalo varesino avrebbe avuto un destino meno infausto se tutto si fosse chiuso all'epoca del governo Prodi - spiega Enrico Farinone - mentre adesso ci troviamo a pagare le promesse fatte in campagna elettorale da Berlusconi. A questo punto, Malpensa può vivere se saranno garantiti i diritti di transito alle compagnie straniere».
Impossibile, però, che lo scenario cambi in così poco tempo. E allora si parte, dopo gli accordi con i sindacati che saranno firmati lunedì 5 gennaio.