PESCARA. Luciano D'Alfonso ha chiesto il silenzio. Ai consiglieri comunali, agli assessori, sebbene amici da anni, collaboratori fidati in Comune e fuori, ha imposto di non chiamarlo. Evitare contatti per evitare problemi: dal momento in cui ha consegnato i documenti che certificano il suo «impedimento permanente», l'ex sindaco non può più parlare con gli amministratori della città.
«Non lo sentiamo da giorni ormai» è la risposta, sempre uguale, a chi chiede dove stia e cosa faccia l'ex primo cittadino. Niente telefonate, in molti casi neppure sms di saluto, per non creare a D'Alfonso ragioni di imbarazzo con la Procura, che ieri sta valutando la portata del suo gesto. «Né sentito né visto per evitare di fargli solo male» dice l'amico Enzo Del Vecchio, che dopo la liberazione è stato la sua voce. «Lui ha chiesto espressamente di non essere disturbato per evitare interpretazioni malevole». Annunciata la sua prossima visita all'eremo di Camaldoli, in Toscana, D'Alfonso è ancora a Pescara, assieme alla famiglia, nella sua casa di via Salita Zanni. Attorno alla sua scelta, si moltiplicano le interpretazioni. Sul piano politico, l'aspetto più rilevante è che, ritirando le dimissioni, D'Alfonso mantiene l'elettorato passivo e potrebbe, in astratto, ricandidarsi a giugno alla carica di sindaco. La legge, infatti, fissa il limite dei due mandati consecutivi che però non vale se il secondo è durato meno della metà: in questo caso, il mandato si ritiene comunque portato a termine se si è concluso con dimissioni volontarie, altrimenti il sindaco uscente può tornare in pista («È consentito un terzo mandato consecutivo se uno dei due mandati precedenti ha avuto durata inferiore a due anni, sei mesi e un giorno, per causa diversa dalle dimissioni volontarie», articolo 51 comma 3 del Testo unico enti locali). «Questa però è fantapolitica» commenta Del Vecchio, «Luciano ha un problema psicofisico conseguente a un fatto che lui ritiene ingiusto, non si può pensare a una ricandidatura ora. Quanto al centrodestra, vuole bloccare l'attività amministrativa per un tornaconto elettorale, senza considerare i diritti dei cittadini che hanno espresso un voto».