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Data: 10/01/2009
Testata giornalistica: Il Centro
«Io, finito alla gogna per un certificato» Lo smarrimento del medico di D'Alfonso: «E' soltanto uno dei miei pazienti»

«Come volete che stia, malissimo Non sono abituato a certe cose Il mio nome è su tutti i giornali»

PESCARA. «Come vivo questa storia? Male, non sono abituato a certe cose. Sono finito alla gogna, sbattuto sulle prime pagine su tutti i giornali». Giancarlo Perfetto, il medico di famiglia di Luciano D'Alfonso e consigliere comunale del Partito democratico, appare forse più provato del suo illustre paziente. Il certificato? «Un obbligo, ho solo fatto il mio dovere. Sono un medico di famiglia, abituato ogni giorno al contatto con le persone che soffrono».
«D'Alfonso è un mio paziente da sei anni, non da ieri, gli voglio bene come a un figlio...». Il tempo di prendere fiato, poi il dottore si corregge: «Gli voglio bene come voglio bene a tutti i miei pazienti. La maggioranza sono anziani». Non entra nei dettagli della malattia che ha colpito il sindaco, anche perché la legge sulla privacy non lo consentirebbe. Ma il medico-consigliere comunale non entra nemmeno in consiglio comunale. Era tentato di farlo sino all'ultimo, poi una telefonata arrivata mezz'ora prima dell'inizio dei lavori, da ambienti del suo partito, lo ha convinto a restare a casa. Motivi di opportunità. Perfetto si sarebbe infatti trovato nella condizione scomoda di votare in aula un provvedimento che lo coinvolgeva direttamente. Un classico conflitto d'interessi.
Il dottore di casa D'Alfonso non dice di più, ma fa sapere che nel suo certificato medico i termini «ingravescente» e «permanente» non ci sono. Erano invece comparsi nelle comunicazioni ufficiali fatte il 5 gennaio scorso dal sindaco, indirizzate alla città e agli organi istituzionali. Argomento al centro della «guerriglia» verbale, ieri, in consiglio comunale. Ma a difesa della procedura adottata da D'Alfonso e dal suo medico di famiglia interviene anche l'ex assessore del Pd Armando Mancini, neurologo, dirigente ospedaliero: «Luciano D'Alfonso ha ritenuto di doversi fare da parte e di allontanarsi dalla pubblica amministrazione (ed è quello che riteneva anche la Procura della Repubblica). I modi seguiti sono quelli previsti dalla legge, che non contempla assolutamente il solo istituto delle dimissioni».
Mancini cita ancora una volta l'articolo 53 del Testo Unico degli Enti locali, là dove afferma che in caso di impedimento permanente, rimozione, decadenza o decesso del sindaco» si procede allo scioglimento della giunta e consiglio e a nuove elezioni. «Che è quello che avverrà», aggiunge Mancini. «L'impedimento è qualcosa che ostacola la persona a compiere gli atti relativi a quella funzione. Può essere di diversa natura. Nel caso di D'Alfonso attiene alla sfera strettamente personale: credo sia l'impossibilità di avere la necessaria serenità di giudizio e scelta, di avere piene energie psicofisiche per un'attività intensa di amministratore, di avere uno stato d'animo non disturbato dagli alti e bassi che una situazione, qual è la sua attuale, comporta. Penso che chiunque», aggiunge l'ex assessore, «comprenda il suo stato, soprattutto tenendo conto del tipo di personalità e della sua forte motivazione a fare, che si è interrotta. Si tratta senza dubbio di uno stato d'animo "reattivo", cioè in qualche modo secondario ad un evento esterno fortemente traumatico. La condizione è da ritenersi permanente», spiega ancora Mancini, «per il semplice fatto che non ne è prevedibile la durata né il termine, verosimilmente legato agli eventi esterni che l'hanno determinata. E questa è una considerazione doverosa ed abituale quando ci si trova davanti a quadri analoghi». Mancini insiste: «Ci troviamo quindi in piena legalità e legittimità. Soprattutto, nessuna "autosospensione", istituto non previsto nel nostro ordinamento. Per ultimo, credo sia auspicabile, pur nella diversità di vedute, opinioni e ruoli, una maggiore attenzione ai sentimenti e agli stati d'animo di persone che, fino a dimostrazione contraria, sono da ritenersi innocenti».

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