ROMA. Fu Silvio Berlusconi a definire per primo e con plastica efficacia l'immagine del lavoratore italiano che sgobba solo ed esclusivamente per lo Stato dal primo gennaio di ogni anno fino al 20 giugno (cinque mesi e 20 giorni), data in cui potrà finalmente lavorare per sé. Era un modo per spiegareo come lo Stato si mangiasse quasi il 50% delle nostre fatiche. Ora la trovata gli si sta rivolgendo contro: i giorni in cui lo Stato si prende tutto sono infatti aumentati di due, e l'italiano medio - per lavorare per sé - deve aspettare il 23 giugno, 48 ore in più offerte al gran Moloch statale i cui appetiti non sono diminuti con il governo del centrodestra.
E' quanto risulta da una elaborazione economica fatta dal «Corriere della Sera» e dalla Ggia di Mestre che, calcolato l'ammontare della tassazione sullo stipendio medio di un impiegato in rapporto con il reddito prodotto, hanno scoperto che il «Tax freedom day» invece di avvicinarsi si è ulteriormente allontanato nel tempo.
L'effetto corvèe nel 2009 durerà 173 giornate - pari ad una pressione tributaria del 47% - riportando l'orologio del Fisco al 2000. Andò peggio solo nel 2007. E bisogna andare ancora indietro nel tempo fino al 1990 quando per la prima volta venne istituito questo metodo di parametrazione, per trovare l'Eldorado di una pressione fiscale minore. Nel 1990 il lavoro per lo Stato finiva il 6 giugno e dal 7 gli italiani potevano trattenere il frutto delle loro fatiche.