PESCARA. «Ringrazio per l'attenzione il ministro, che non conosco personalmente, ma non ho mai manifestato l'intenzione di darmi alla politica». Un sorriso, il tono garbato di sempre, e Nicola Trifuoggi archivia con una frase la proposta-provocazione lanciata sul Centro da Gianfranco Rotondi. Il leader della Democrazia cristiana per le autonomie, che nei giorni scorsi aveva attribuito la vittoria del Pdl in Abruzzo alle inchieste della magistratura, si è rammaricato di non avere caldeggiato il nome del procuratore capo di Pescara nella neonata giunta regionale.
Soprattutto adesso che il presidente Gianni Chiodi ha escluso dalla lista degli assessori la candidata della Dca Giovanna Calignano.
«Mi riserverò il nome di Trifuoggi per occasioni più importanti», ha aggiunto il politico, vantando la comune origine avellinese con il capo della procura. Ma dall'ufficio al quinto piano del palazzo di giustizia, il magistrato respinge al mittente con cortesia la richiesta. Non sarà la politica a sottrarlo alle sue inchieste.
«E non ho alcuna intenzione di andare in pensione», aggiunge divertito il procuratore, 67 anni, mentre legge sul giornale l'auspicio di Rotondi che «Trifuoggi possa ancora esprimersi al servizio della società, ora che andrà in pensione».
Un'ipotesi, in realtà, mai presa in considerazione dal magistrato che guida la procura di Pescara dal 2003 e che ha diretto le più importanti indagini che hanno coinvolto la politica negli ultimi tre anni: da Ciclone alla Fira, da Sanitopoli al recente arresto del sindaco di Pescara Luciano D'Alfonso.
Il ministro del Popolo delle libertà per l'Attuazione del programma, il 14 luglio scorso, quando finì in carcere l'ex presidente della Regione Ottaviano Del Turco, aveva espresso un'aspra critica all'operato dei magistrati: «Quando si maneggia il bene prezioso del governo deciso dai cittadini», aveva detto Rotondi, «non si può comunicare direttamente la ghigliottina, si può arrivare anche alla ghigliottina ma dopo molti passaggi».
Il leader della Dca aveva quindi espresso solidarietà a Del Turco e «sconcerto» in particolare per i tempi e i modi dell'inchiesta. Una settimana dopo, aveva rincarato la dose: «Colpirne uno per educarne cento», era il pezzo forte della polemica del ministro contro i magistrati che fanno «politica militante».
Rotondi era entrato nel merito dell'inchiesta abruzzese che aveva spazzato via la giunta regionale: «Vogliamo poi parlare della barbara esecuzione di Ottaviano Del Turco? Una persona perbene in questo Paese potrà più accettare di guidare una regione senza avere l'immunità di fronte a magistrati che ti sbattono in carcere perché un signore dice di averti messo i soldi nella libreria di casa tua?».
Dichiarazioni forti, che avevano sollevato polemiche e spinto il ministro a correggere il tiro operando un importante distinguo, fondato proprio sulla conterraneità con il procuratore di Pescara.
Rotondi, infatti, aveva precisato che il riferimento non era «al pm che indaga su Ottaviano Del Turco; sono considerazioni generali per nulla originali e che niente hanno a che vedere con l'inchiesta in Abruzzo che oltretutto è condotta da un mio concittadino col quale mi guardo bene dal polemizzare».
Due giorni fa, in un'intervista al nostro giornale, il ministro del Pdl è tornato sull'argomento specificando di avere avuto un botta e risposta con Trifuoggi, ma di mantenerne immutata la stima.
«Ma io non ho mai avuto occasione di scambiare opinioni con il ministro Rotondi, non ho mai avuto con lui contatti di alcun genere così come non ho mai risposto ai pareri, anche aspri, espressi dai politici», ribatte Trifuoggi, che ricorda anche di non avere affermato - come sostiene il leader della Dca bacchettando Chiodi dal quale si è sentito tradito - che «chi ha vinto le elezioni doveva avere più umiltà».