PESCARA. L'Abruzzo dovrebbe dotarsi di un vero e proprio corpo diplomatico in grado di gettare le basi per nuovi rapporti economici e culturali con i paesi esteri. Per internazionalizzare il prodotto Abruzzo. Questa la tesi di un esperto di relazioni istituzionali internazionali come Gabriele Rossi. Lobbista per professione e per cultura (ma lobbista in senso anglosassone, dunque positivo), Rossi è stato uno dei consulenti economici del presidente della Regione Gianni Chiodi durante la campagna elettorale ed è membro della Confindustria Abruzzo.
Dottor Rossi, cosa c'entra una piccola regione come l'Abruzzo con un grande tema come quelle delle relazioni internazionali?
«L'utilità delle relazioni internazionali è un elemento fondamentale e un paradigma di riferimento importante. Non si tratta di proclamare una generica politica di relazioni internazionali, è necessario abbracciare una vera e propria cultura delle relazioni internazionali».
In che senso?
«Dico una cosa che si è detta più volte: l'Abruzzo deve uscire dalla sua condizione di isolamento come è riuscito a fare altre volte nella storia».
Quando per esempio?
«Quando c'era Napoli capitale si parlava di via degli Abruzzi. Fu una strategia che permise all'economia di montagna di essere inserita in un mercato più vasto. Ma si può andar ancora più indietro. Nel 500 circolavano in Abruzzo i mercanti toscani con al seguito artisti e artigiani. E ancora prima ricordo che Boccacio distribuiva le copie del suo Decamerone tra i banchi del mercato di Sulmona. Oggi potremmo dire, con un salto paradigmatico e su un piano diverso che è quello della globalizzazione, che potremmo ripetere la stessa strategia».
Oggi non è più Napoli la capitale ma Roma.
«E infatti il patto tra il presidente Chiodi e il sindaco Alemanno è importante per le relazioni con l'ovest e con il mercato mediterraneo, per non parlare dell'est. Si può sviluppare un concetto di regione-portale di accesso a Roma per molti paesi dell'est., e non solo dell'est europeo, penso all'India e alla Cina, dove i tassi di sviluppo sono molto elevati. Dobbiamo uscire dalla sindrome dell'acquario di vetro dove i pesci pensano che il mondo sia tutto lì».
Ma fino ad oggi cosa è mancato a questa strategia?
«Le élite e le classi dirigenti abruzzesi non hanno fatto il salto culturale necessario per capire che l'unica via di salvezza è diventare internazionali, relazionarsi con gli altri popoli. Il federalismo favorirà questa strada perché diventeremo, intendo le regioni, tutti dei piccoli stati».
Per crescere nei rapporti internazionali non basta forse conoscere persone e stringere mani, occorrono anche infrastrutture logistiche. L'Abruzzo è carente da questo lato.
«Secondo me quello della mancanza di infrastrutture è un mantra che ci ripetiamo per metterci a posto la coscienza. E' chiaro che c'è l'esigenza di adeguare le infrastrutture, ma l'azione strategica a livello internazionale deve essere lanciata subito: accordi internazionali, project financing, possono voler dire investimenti in Abruzzo per chi è interessato ad avere una testa di ponte in questa regione». Lei vede possibilità di investimenti esteri anche in questo momento di crisi e con le tasse così alte per le imprese? «Una bella estate mi fa dimenticare il peggiore degli inverni. Se si fa un lavoro serio noi potremmo avere prospettive straordinarie. Non dobbiamo essere frenati ma aprirci, e far capire che in Abruzzo sta nascendo una nuova mentalità. Una nuova cultura di relazioni e di apertura come dovrebbe essere la cultura di un vero e proprio corpo diplomatico».