Aldilà delle vicende di campanile che infiammano la stampa, la fusione fra le aziende di trasporto di Torino e Milano è un'occasione che si spera non andrà perduta per ridare al tpl italiano un po' di respiro internazionale. La circostanza che due grandi città industriali mettano in sinergia le loro aziende di tpl, in un'ottica di area metropolitana allargata, fa onore alla classe politica che ha ideato il progetto, che poi è la stessa che pare si stia incartando per le solite questioni di lana caprina che appassionano giornalisti e portaborse: le poltrone. Speriamo che non succeda. Lo speriamo di cuore perché c'è un gran bisogno di operazioni del genere per far tornare un po' di orgoglio nel disastrato panorama del tpl italiano, dove ormai fanno cronaca soltanto gli scioperi e i continui piagnistei sulle risorse scarse, i problemi infrastrutturali e via lamentando. Invece l'operazione Milano-Torino può segnare una piccola rivoluzione culturale. Può aprire la via a una serie di intese di territorio capaci, in un ragionevole lasso di tempi, di creare quei due-tre campioni nazionali capaci di fare massa critica e giocare le proprie carte in un contesto più ampio (e si spera più soddisfacente) del proprio condominio. Le occasioni non mancano. Quello che manca è una classe politica lungimirante, sia a livello locale che a livello nazionale, capace di promuovere questi processi di integrazione e disposta anche a pagarne il prezzo. Che poi significa sopportare gli efficientamenti che ne deriveranno. Purtroppo non si vede granché di incoraggiante. I territori sono ancora arroccati su se stessi, come ai tempi del medioevo. E non è che la mentalità sia andata poi tanto oltre.