ROMA. Durata triennale sia nella parte economica che normativa, doppio livello di contrattazione, nazionale e aziendale, scompare l'inflazione programmata e come parametro viene preso un indice armonizzato, stesse regole nel pubblico e nel privato. E' la riforma dei contratti di lavoro varata ieri a Palazzo Chigi da governo e parti sociali. La Cgil non ha firmato, unico fra i sindacati. «Il livello nazionale - spiega Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, a fine giornata - non recupererà mai l'inflazione reale, non si allarga davvero il secondo livello di contrattazione. Inoltre la derogabilità diventa principio generale, la bilateralità si allarga a compiti impropri e crea una casta».
E ancora: «Il governo ha forzato in direzione di un accordo che, sapeva, non avrebbe avuto il consenso della Cgil». «Spiace la Cgil non ci sia, ma serve coraggio e al Paese servono riforme», replica Emma Marcegaglia, leader di Confindustria.
La riforma dei contratti si intreccia con le misure anti-crisi, altro argomento sul tavolo a Palazzo Chigi nella prima parte del pomeriggio, presenti anche le Regioni e gli enti locali. «Un governo che non riesce a dare una risposta sugli ammortizzatori sociali, che non mette in atto un sostegno ai consumi, alle famiglie, alle imprese. Un governo che non ha uno straccio di idea di politica industriale e non ridistribuisce risorse fiscali a pensionati e lavoratori dipendenti forza verso il no alla riforma», dice ancora Epifani.
Fine. Cisl, Uil e Ugl firmano, la Cgil esce dalla stanza. Una stanza nella quale fino all'ultimo si tenta di trovare un accordo fra tutti, un testo condiviso. In una sospensione si integrano lo schema di contratto proposto da Confindustria, e su cui Cisl e Uil erano già d'accordo, con il testo proposto da Brunetta per il pubblico impiego. «Verrà emendato con le proposte dei sindacati», filtra dal governo. «Io sono pronto a fare notte», dice il sottosegretario alla presidenza, Gianni Letta, l'uomo delle trattative. Non ce n'è bisogno, gli emendamenti non vengono presi in considerazione, prima delle 21 è tutto fatto. «E' un accordo storico, che cancella quello del 1993. Avremmo preferito l'adesione della Cgil - dice il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi - ma era necessario mettere un punto fermo alla lunghissima trattativa. E mettere un punto fermo era prevalente rispetto all'idea di soggiacere a una sorta di veto, come diceva Brunetta. Il meglio è nemico del bene».
«Lavoro e salario riacquistano una loro dignità», dice Luigi Angeletti, leader della Uil. «La crisi - aveva detto prima dell'incontro Raffaele Bonanni, ledaer Cisl - accelera le condizioni per arrivare a un accordo, è un segnale di coesione sociale, un grande valore politico ed economico, ma anche culturale». Firmano anche Confindustria, Confcommercio, Confapi, Confesercenti, mentre Confsal, Ania e Abi pur d'accordo si riservano di firmare. Prima intorno al tavolo si era provato a fare il punto su ammortizzatori sociali e incentivi all'industria. Le risorse si chiamano Fas, Fondi aree svantaggiate, sono i soldi veri contro la crisi, sono assegnati alle Regioni che si dicono pronte a metterli sul piatto degli ammortizzatori sociali e del sostegno all'occupazione.
«La crisi c'è, morde tutto il Paese - dice Vasco Errani, presidente dei presidenti e dell'Emilia Romagna - bisogna intervenire nel più breve tempo possibile, siamo pronti a fare la nostra parte». Maria Rita Lorenzetti, presidente dell'Umbria, mostra la lettera inviata a ottobre al governo: «Sono loro che perdono tempo». Si devono fare le cifre esatte, decidere chi deve fare i corsi di riqualificazione. Giovedì prossimo altro incontro, si spera decisivo.
La politica del rinvio non piace a Emma Marcegaglia: «Servono decisioni forti e uno stanziamento di fondi già nelle prossime settimane», dice al governo.