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Data: 24/01/2009
Testata giornalistica: Il Messaggero
Nuovi contratti, il primo test a febbraio. Epifani: «Decideranno i lavoratori». Dalla Cgil "no" anche all'intesa su ministeri e scuola: sciopero il 13 febbraio

ROMA Neppure ventiquattro ore e arriva un altro «no» netto della Cgil. Un «no» al rinnovo del contratto dei ministeri e della scuola per il biennio economico 2008-2009. La firma è avvenuta ieri mattina all'Aran, dopo il via libera del governo e della Corte dei Conti. Non hanno sottoscritto l'intesa neppure Rdb-Cub e Cse. Ora la confederazione di Guglielmo Epifani è plasticamente all'opposizione rispetto al governo, alla Confindustria e alle altre sigle e associazioni datoriali. Unità sindacale in frantumi. E non si intravedono, in prospettiva, possibilità di una ricostruzione. Anche perchè i metalmeccanici della Fiom e gli statali cigiellini hanno confermato lo sciopero del 13 febbraio e il 4 aprile è in programma una manifestazione a Roma.
Lo strappo, l'ennesimo, dell'altra sera sulla riforma dei contratti, insomma, ha ampliato una spaccatura già assolutamente evidente. Resta da vedere come si riverbererà nei luoghi di lavoro. Se e come, in altre parole, il nuovo modello verrà accolto nelle fabbriche, soprattutto quelle di ampie dimensioni. Un primo test sulle nuove regole già tra pochi giorni: entro febbraio, infatti, saranno presentate le richieste per il rinnovo del contratto degli alimentaristi (450.000 addetti) che andrà a scadenza a fine maggio. E, come prevedono le nuove norme, le piattaforme potranno essere presentate tre mesi prima. Facile immaginare che Cgil, Cisl, Uil, Ugl arriveranno al tavolo con pacchetti diversi. Stando almeno al risultato uscito da palazzo Chigi. Se non verrà trovata una sintesi, possibile che si vada a nuovi accordi separati. Secondo test, in ordine di tempo, per gli elettrici (70.000 addetti), terzo per i telefonici (200.000). Ma la sfida vera si giocherà l'anno prossimo quando dovranno essere rinnovati i contratti di metalmeccanici, statali e chimici. Il Centro Studi di Confindustria ha calcolato che con il nuovo modello, nel triennio 2009-2011, le retribuzioni effettive aumenterebbero del 9,4%. Per la Cgil perderebbero, invece, lo 0,8%.
Ieri Epifani in segreteria ha avvertito che si apre «una difficilissima gestione di tutte le vertenze che si apriranno, l'accordo separato contiene un'idea di paura di fronte alla crisi». E poi ha sostanzialmente annunciato un referendum tra i lavoratori: «Un accordo sulle regole ha un valore se, come avvenuto con l'intesa del '93, sono i lavoratori con il loro voto a definire validità e pienezza democratica». Di tutt'altro avviso le altre organizzazioni sindacali che hanno riunito le varie segreterie. La Uil ha invitato la Cgil «a una riflessione attenta sull'evoluzione della società». Secondo Confcommercio «il Paese aveva bisogno di nuove regole e l'attuale crisi è servita a catalizzare un processo indifferibile». Chi non dispera in un ripensamento della Cgil è Emma Marcegaglia. «Per noi il tavolo rimane aperto - ha sottolineato il presidente di Confindustria - e se anche non dovesse aderire alla riforma, sono sicura che comunque manterrà coerenza di comportamenti e grande senso di responsabilità nelle trattative nelle fabbriche. Mi auguro che i rapporti tra di noi continueranno ad andare avanti in modo costruttivo. Forzature del governo? Nessuna, erano otto mesi che il negoziato andava avanti».
I riflessi dell'intesa, ovviamente, si fanno vedere anche sul terreno politico. Il ministro ombra del Pd per l'Economia, Pierluigi Bersani, si chiede «cosa ci sia da festeggiare per un accordo che divide piuttosto che unire. Che salti di gioia dovrebbero fare i lavoratori su un accordo i cui contenuti non esistono e che produce ancora divisioni nel Paese in un momento come questo?». Massimo D'Alema propone un referendum tra i lavoratori: «Considero gravissimo aver firmato la riforma senza la Cgil». Attacco frontale da parte del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi: «La Cgil si è isolata da tempo. Le accuse che muove sembrano di un partito politico di opposizione della sinistra radicale».

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