Possibile anche un graduale innalzamento per tutti a 62/67 anni
ROMA Cinque ipotesi, molto diverse fra loro, sono sul tavolo della Commissione di esperti istituita dal ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, per sciogliere il nodo dell'innalzamento dell'età pensionabile delle donne nel pubblico impiego. Eccole:
Elevare obbligatoriamente a 65 anni l'età pensionabile delle donne;
dare la possibilità anche agli uomini di andare in pensione a 60 anni;
fissare per entrambi i sessi il requisito di età per l'accesso facoltativo alla pensione tra i 60 e i 65 anni;
applicare al pubblico il sistema privato;
prevedere per uomini e donne una forchetta tra 62 e 67 anni.
Alle 5 ipotesi, di cui le prime tre ritenute dalla commissione «più conservatrici» e le altre due «più innovative», il gruppo di lavoro che fa capo al ministero di Brunetta, affianca una sesta proposta, trasversale alle altre, che consisterebbe nel «rafforzare la possibilità per i dipendenti pubblici di transitare gradualmente verso il pensionamento attraverso lo strumento del part time».
Nel dettaglio, l'obbligo per le donne di andare a riposo a 65 anni, secondo la Commissione «comporterebbe risparmi di spesa pensionistica, che andrebbero considerati in rapporto agli effetti di un rallentamento del turnover occupazionale». Da valutare «l'eventuale impatto negativo della misura nell'opinione pubblica e, quindi, la sua opportunità politica, anche se la sua effettività potrebbe essere anche molto gradualmente scaglionata nel tempo. Senza effettuare un analogo intervento sul settore privato si aprirebbe comunque - si legge nel testo - un problema di parità di trattamento nella normativa pensionistica riferita alle lavoratrici del settore privato e pubblico impiego».
La seconda ipotesi comporterebbe, per assicurare la parità di trattamento di genere nel pubblico impiego., «una notevole disparità tra i lavoratori del settore privato e pubblico».
Costi da quantificare per l'Erario, «e comunque crescenti in relazione alla diminuzione dell'età minima stabilita, lasciando per tutti il limite legale a 65 anni» vengono prospettati per la terza soluzione che prevede sia per uomini sia per donne l'accesso alla pensione di vecchiaia a un'età intermedia tra 60 e 65 anni.
Una «profonda riforma di tutto il sistema previdenziale ed effetti per l'erario di difficile quantificazione, con l'assorbimento dell'Inpdap da parte dell'Inps» sarebbe alla base della proposta che rende applicabile ai dipendenti pubblici il regime previdenziale dell'Inps.
Infine, la quinta soluzione (che fissa l'età della pensione nella Pubblica amministrazione, uguale tra uomini e donne, nell'arco flessibile dei 62-67 anni) «permetterebbe sia di parificare l'età pensionabile tra uomini e donne, sia di elevarla gradualmente, aumentando lo spettro delle opzioni per la scelta dell'età in cui ritirarsi dal lavoro in accordo con l'evoluzione dell'età biologica » si legge nella relazione sui lavori della commissione. In tal modo si potrebbero ottenere per il sistema pensionistico pubblico notevoli risparmi di spesa.
Questa soluzione inoltre, «aprirebbe uno squilibrio rispetto alle condizioni di pensionamento nel settore privato, ma proporrebbe anche un cammino di equiparazione delle opportunità e di prolungamento della vita attiva che potrebbe prevedere una estensione anche al privato». Quest'ultima scelta «potrebbe comportare rilevanti risparmi all'intero sistema previdenziale italiano (pubblico e privato) e consentire così di liberare le risorse necessarie a compensare gli svantaggi ai quali sono esposte le carriere delle lavoratrici dipendenti».