L'AQUILA. La nona legislatura abruzzese inizia martedì con la prima seduta del Consiglio regionale. Sarà una legislatura di riforme e di sacrifici, stando almeno alle cose dette in campagna elettorale dai principali esponenti politici, presidente Gianni Chiodi in testa. Dichiarazioni che vogliono significare due cose: che i consiglieri eletti torneranno a fare il loro mestiere: cioè a legiferare. E che per farlo guadagneranno meno (anche se i sacrifici veri li faranno gli abruzzesi tutti). Ma l'avvio del quinquennio istituzionale è contraddittorio rispetto a questo messaggio.
Per prima cosa, a causa di una legge elettorale un po' bizzarra e molto imperfetta, i consiglieri sono passati da 42 a 45 per garantire alla coalizione vincente il premio di maggioranza, con un aggravio per le casse del consiglio regionale (che ha un bilancio di 30 milioni circa, di cui 12 milioni per stipendi e pensioni) di quasi, e qui si va per difetto, 300mila euro.
Il secondo segnale contraddittorio è il ritorno dei gruppi monoseggio, formati da un solo consigliere che diventa così capogruppo di se stesso. Fino a oggi ne sono stati costituiti quattro: la Sinistra, Rifondazione, Comunisti Italiani, Movimento per le autonomie. Un quinto gruppo potrebbe nascere dalla dissoluzione di "Rialzati Abruzzo", la lista-macedonia di Carlo Masci. Altri da possibili scissioni nel seno dei partiti maggiori, come accadde nella scorsa legislatura quando i monogruppi arrivarono alla strabiliante cifra di nove.
I monogruppi hanno due controindicazioni. La prima riguarda i costi: il consigliere capogruppo cumula l'indennità consiliare lorda di 7.200 euro con l'indennità di funzione di 1.670 euro e ha diritto a uno staff composto da due collaboratori esterni più un dipendente regionale distaccato. La seconda controindicazione riguarda la funzionalità del consiglio: secondo il regolamento ogni gruppo ha diritto a un posto in commissione, ma siccome le commissioni sono sei (più la commissione Vigilanza) il consigliere-capogruppo ha due alternative: o dividersi in sette per seguire tutto, o scegliere di volta in volta dove andare. Nella scorsa legislatura questo meccanismo, ingigantito dal grande numero di monogruppi, ha contribuito a bloccare a più riprese i lavori delle commissioni, perché non sempre si raggiungeva il numero legale dei presenti.
In consiglio giace un disegno di legge presentato dall'attuale capogruppo del Pd Camillo D'Alessandro che permette la costituzione di un gruppo con un minimo di 2 consiglieri solo se c'è corrispondenza con un partito che siede in Parlamento. D'Alessandro ieri ha dichiarato che ripresenterà la sua proposta.
Del capitolo sacrifici ha parlato molto Chiodi, riferendoli, i sacrifici, agli abruzzesi ma anche ai consiglieri. Il presidente ha dichiarato in campagna elettorale, su queste pagine, che proporrà innanzitutto di limare le pensioni dei consiglieri. In due modi: legando l'età del pensionamento a quella degli altri cittadini, e allungando il tempo per maturarla (oggi basta una legislatura e 55 anni di età).
Chiodi ha promesso anche di intervenire sugli stipendi dei consiglieri e degli assessori con una riduzione del 10-15% che, ha dichiarato, «può essere fatta velocemente».
C'è però una cosa da fare davvero in fretta: sterilizzare gli aumenti automatici di stipendio e pensioni legati agli scatti dei magistrati di Cassazione, ai quali sono legati gli scatti dei parlamentari e, a cascata, quelli dei consiglieri regionali.
Il consiglio precedente, sull'onda dell'indignazione generale sui costi della politica, aveva votato una legge che bloccava questi aumenti, ma ne aveva limitato gli effetti alla sola legislatura in corso. Oggi dunque, in assenza di interventi legislativi, un aumento delle indennità parlamentari si ripercuoterebbe positivamente sugli stipendi dei 45 consiglieri abruzzesi. Di questi tempi sarebbe un segnale politicamente non felice.