"Impensabile tenere fuori una delle parti sociali"
ROMA - "Per me, per come ragiono io, un accordo sui contratti deve essere totale. Ed è tale solo se lo firmano tutti. Se no, che intesa è? Nella mia mentalità questa è la concertazione". Carlo Azeglio Ciampi ricorda "il miracolo del luglio 1993", la "tenacia" con cui per giorni cercò di mettere tutti intorno allo stesso tavolo-, Cgil, Cisl, Uil, Confindustria - fino alla firma di un protocollo che è durato per oltre quindici anni: "Lo volli con tutta la mia energia". Ora quel modello sta tramontando. Adesso il governo Berlusconi, tra strappi e polemiche, ha deciso di riscrivere le regole e di cambiare i punti di riferimento. E' un errore? Un balzo all'indietro? Un passo falso? "Non è che non voglio espormi, ma le trattative, per giudicarle, bisogna viverle. Da fuori non si può dire che vanno condotte così o colà. Altrimenti si rischia solo di fare una laudatio di se stessi", risponde l'ex governatore, ex premier, ex ministro del Tesoro, ex presidente della Repubblica. "Ma non c'è dubbio che il contesto è cambiato. Allora, tanto per cominciare, c'era la lira. Adesso invece, grazie al cielo, abbiamo l'euro".
Un'intesa senza la Cgil. Come la vede?
"Per me sarebbe stato semplicemente impensabile. Ai miei tempi io, senza una componente della trattativa, non sarei andato avanti. Lo spirito doveva essere di una concertazione tra tutte le parti sociali, non tra alcune sì e altre no. Ma stiamo parlando del 1993: non sarebbe onesto ragionare con uno spostamento nel tempo di 15 anni. E' giusto invece dire che il metodo dovrebbe essere lo stesso, nel tempo. I contenuti invece sono cambiati: 15 anni fa il punto fondamentale era la stabilità, adesso sono la produttività e la crescita. Tanto più in una situazione di crisi come quella che abbiamo di fronte".
Resta il fatto che adesso il sindacato è diviso.
"Allora invece sul concetto di concertazione unanime, erano d'accordo anche i leader di quel tempo, Trentin, D'Antoni e Larizza. E io volevo con tutte le mie forze che intorno al tavolo ci fosse un sindacato forte e coeso. Solo così potevo poi stare tranquillo che un contratto firmato era valido, senza ripensamenti né pericolose marce indietro. Ricordo che un giorno, per sostenere la Cisl in difficoltà andai pure a un loro congressino. Volevo fargli sentire che il presidente del Consiglio gli stava vicino. Io non ho mai speculato sulle divisioni sindacali".
Trattare è complicato: quale fu l'ostacolo più forte?
"Il gran lavorìo di mediazione tra sindacati da una parte e Confindustria dall'altra. Pensi che una sera, era luglio, faceva caldo, avevo passato pure la notte a palazzo Chigi. Ero stremato, ma dissi: io non getto la spugna. Da qui non si esce senza una firma globale".
Pare che lei buttò via la chiave della stanza.
"In senso metaforico è così. In pratica, passai ore a convincere i sindacati a rinunciare ad un riconoscimento automatico di una eventuale perdita del potere d'acquisto. E al tempo stesso, a mediare con Confindustria che insisteva troppo con le negoziazioni a livello aziendale".
Il nuovo modello rischia di produrre la morte degli accordi nazionali. Funzionerà?
"Io pensavo allora che il secondo livello, quello aziendale, andasse bene per le grandi industrie. Mentre in Italia c'erano soprattutto piccole e medie imprese per le quali contava il contratto nazionale".
Ancora oggi il tessuto industriale italiano è così. O no?
"A questo rispondono le statistiche".
Il nuovo modello dice anche che l'inflazione non è più quella programmata dal governo, bensì è un dato armonizzato con i criteri europei. Inoltre i contratti nella parte economica sono triennali e non biennali come una volta. Offre garanzie, questo patto?
"Ecco, qui torniamo proprio alla differenza del contesto cui accennavo prima. Oggi c'è l'euro dunque è logico che i criteri siano quelli europei".
Ma su un tema delicato come l'inflazione, non viene a mancare la mediazione politica nazionale?
"L'inflazione deve corrispondere alla politica economica del governo".
Appunto. Qui invece c'entra la Ue.
"Già. La differenza è che 15 anni fa c'era la liretta. Allora quell'accordo doveva servire proprio per inaugurare una "cultura della stabilità" senza la quale l'Italia non avrebbe potuto far parte dell'euro. Gli automatismi, le indicizzazioni, erano il contrario di quella cultura. La loro sparizione, con l'accordo del 1993, ci aiutò a convincere gli altri partner ad accettarci nella moneta unica. Al dunque io sposai la tesi del povero Tarantelli: i contratti non si fanno sull'inflazione maturata, bensì su quella programmata".
Concetto non facile da far digerire, stando alle cronache di quel periodo.
"Una gran fatica. Ricordo che in quei giorni ci fu anche un imponente sciopero degli autotrasportatori che volevano un adeguamento delle tariffe all'inflazione. Mancava la benzina, frutta e verdura non arrivavano nei mercati. Ma io dissi: bisogna adeguare, certo, ma guardando al futuro. Questa è la cultura della stabilità che ci rende più europei. Quando firmammo, era il 24 luglio, tornai a Santa Severa tranquillo e felice. Andai pure al cinema, l'arena all'aperto, con mia moglie Franca. Finché non mi chiamarono da palazzo Chigi per dirmi delle bombe a Roma e Milano. Dovetti rientrare a mezzanotte passata. Ma questa è un'altra storia".
Scusi presidente, ma la nuova inflazione scelta offre garanzie o no?
"Dà le garanzie che ci dà l'euro. Malgrado lo scetticismo delle massaie, la moneta unica è stato un fatto politico straordinario. Pensiamo a dove sarebbe l'Europa oggi, senza l'euro. E pensiamo anche a dove sarebbe l'Italia".
Sull'euro, come sa, ci sono opinioni contrastanti.
"Lo so. Ma quel che ci sta dando va ben al di là delle aspettative. E' stata una intuizione fondamentale per l'Europa tutta e dunque anche per l'Italia. E non dimentichiamo cosa dovette fare Kohl per convincere i tedeschi a rinunciare al marco".
E anche per accettare l'Italia.
"Fu una battaglia. Ma io ero e resto convinto che senza il nostro paese si faceva solo un euro mitteleuropeo. Comunque, l'introduzione della cultura della stabilità, avviata con l'intesa di luglio, fu fondamentale".
Non c'è il rischio che s'incrini, oggi, quella cultura?
"Mettiamola così: allora io speravo che quel che si faceva potesse diventare un nuovo metodo di governo per l'Italia".