L'ex presidente Ciampi «Io non avrei firmato senza l'accordo di tutte le parti sociali»
ROMA. Se la riforma del modello contrattuale appena approvata fosse stata applicata negli ultimi quattro anni, i lavoratori avrebbero perso in media oltre 1.300 euro, mentre le imprese avrebbero guadagnato almeno 15 miliardi. A fare i calcoli è la Cgil, che conferma così il proprio No all'intesa firmata giovedì a Palazzo Chigi. E mentre il sindacato di Guglielmo Epifani incassa l'appoggio dell'ex presidente Ciampi, che nel 1993 mai avrebbe firmato senza la stessa Cgil, contro di essa si schiera ancora una volta il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. Simulando l'applicazione della riforma del modello contrattuale ai contratti nazionali degli ultimi quattro anni, tra il 2004 e il 2008, ha spiegato il segretario confederale della Cgil Agostino Megale, «i lavoratori avrebbero perso in media 1.352 euro, mentre per il sistema delle imprese ci sarebbe stato un guadagno di 15-16 miliardi». Sta tutto in questo calcolo il No della Cgil alla riforma, un no che «parte dal presupposto che vogliamo difendere e tutelare i lavoratori». E comunque, la Cgil «non avrebbe mai firmato un'intesa sulle regole senza Cisl e Uil», anche perché «la crisi spinge ad agire insieme». Un punto sul quale la Cgil ha trovato la sponda dell'ex presidente della Repubblica, Ciampi, che firmò dal presidente del Consiglio l'intesa del '93: quello storico accordo, ha assicurato Ciampi, non sarebbe mai stato raggiunto senza la Cgil, perché «è impensabile lasciare fuori una delle parti sociali». E pur senza entrare nel merito, su una linea simile si è espresso il neo-direttore generale di Confindustria, Gianpaolo Galli: «Il dialogo - ha detto parlando da economista, visto che la nomina non è ancora effettiva - è sempre importante» e «laddove ci sono opinioni diverse» è necessario «comprenderne le ragioni e cercare di trovare soluzioni comuni». Contro il sindacato di Epifani, invece, scende in campo di nuovo Brunetta: «L'intesa è un buon accordo che farà bene ai lavoratori, alle imprese e alla competitività del paese. Mi dispiace che la Cgil non abbia firmato, ma nessuno ha il diritto di veto. Fare bene i contratti fa bene all'economia e fa bene ai salari, alla produttività e alla competitività del Paese. Possibile che tutti hanno torto e solo la Cgil ha ragione?».
INGHILTERRA, SETTIMANA
DI LAVORO DI 3 GIORNI
Nella Gran Bretagna della recessione e della soglia di due milioni di disoccupati, il governo sta prendendo in considerazione la possibilità di incentivare le aziende affinché riducano la settimana lavorativa a tre giorni. Lo afferma l'Independent, citando fonti governative e sottolineando che questa drastica riduzione dell'orario di lavoro consentirebbe di evitare l'esplodere della disoccupazione con le sue drammatiche conseguenze sociali. Negli anni Settanta si fece ricorso alla riduzione dell'orario a causa di scioperi dei minatori.