PESCARA. A fine ottobre, non gli era stato sufficiente un bottino di 4700 voti alle primarie per ottenere il via libera alla candidatura. Era stato costretto a fare un passo indietro perché indagato per la discarica dei veleni di Bussi. Tre mesi dopo, Donato Bartolomeo Di Matteo - escluso dalle liste del Pd alle Regionali su esplicita richiesta dell'Italia dei Valori - esce di fatto dall'inchiesta.
Il fascicolo è stato chiuso ieri con la richiesta di rinvio a giudizio per 30 indagati. Una beffa e una rivincita allo stesso tempo per l'ex assessore regionale ai trasporti, la cui posizione è stata stralciata dalla procura.
L'accusa più pesante, quella di avere concorso all'avvelenamento delle acque - reato che non si prescrive mai e che il codice punisce con la reclusione da 15 anni fino all'ergastolo - è caduta, lasciando spazio solo a un'eventuale ipotesi di reato molto più lieve e comunque ancora allo studio del pm Anna Rita Mantini: è possibile addirittura una contestazione limitata a semplici violazioni amministrative, nulla in confronto all'accusa iniziale, sempre respinta con decisione dall'ex assessore.
L'uscita di scena di Di Matteo ridisegna lo scenario della megadiscarica abusiva di rifiuti di Bussi, sequestrata nel marzo 2007 dal corpo forestale diretto dal comandante Guido Conti.
Al termine delle indagini, condotte dai pm Aldo Aceto prima e Mantini poi, e in attesa che si conoscano ufficialmente i nomi degli indagati che dovranno comparire davanti al gup per l'udienza preliminare ancora da fissare, è emersa l'estraneità ai fatti anche per i dipendenti della Provincia Gianfranco Piselli, ex dirigente del servizio ecologico (Sep), Francesco Carota e Pasquale De Fabritiis, tecnici e impiegati Sep.
La procura ha poi ravvisato responsabilità a carico di altre persone, che però non sono ancora iscritte nel registro degli indagati, e ipotesi di reato diverse da quelle inizialmente previste per altri indagati.
I reati contestati, a vario titolo, sono: avvelenamento delle acque; disastro doloso; commercio di sostanze contraffatte e adulterate; delitti colposi contro la salute pubblica; turbata libertà degli incanti e truffa. Fra gli indagati, l'ex presidente dell'Aca (Azienda consortile acquedottistica) di Pescara, Bruno Catena, e l'ex presidente dell'Ato (Ambito territoriale ottimale), Giorgio D'Ambrosio.
Secondo l'accusa iniziale, gli indagati avrebbero contribuito ad aggravare la situazione nella zona, contaminata fin dal 1962, fino a provocare il disastro ambientale del suolo e del sottosuolo. La discarica - dagli inquirenti definita la più grande mai scoperta in Europa - per anni è stata destinata allo smaltimento illegale di rifiuti tra i quali cloroformio, tetracloruro di carbonio, esacloroetano, tricloroetilene, triclorobenzeni, metalli pesanti. Quasi mezzo secolo di omissioni, silenzi e complicità. La regione dei parchi inghiottiva nel suo ventre i veleni della chimica, che filtravano inesorabilmente nelle falde sottostanti, nei fiumi, nell'acqua. Chi avrebbe dovuto vedere e controllare, taceva.
Una vergogna che ha fatto il giro del mondo. Nell'elenco degli indagati ex amministratori di Aca e Ato, dirigenti Asl e rappresentanti delle industrie chimiche che dal 1962 si sono passate il testimone nel polo industriale di Bussi: dalla Montedison all'Ausimont, alla Edison. Fatta eccezione per la Solvay, ultima a insediarsi nella Val Pescara e oggi tra le parti offese di questo scempio ambientale.