Di Matteo oggi potrebbe andare a bussare alla porta del Pd e chiedere qualsiasi cosa: candidatura alla presidenza della Provincia, a sindaco di Pescara, a segretario del Pd, a presidente della repubblica. E il partito non potrà che dire sì. Con quella sentenza anticipata scritta alla vigilia delle Regionali, il Pd ha perso la possibilità di scegliere, di rinnovarsi: decidendo di fare il giudice anzichè la politica, è stato sconfitto due volte.
Furono proprio i politici con la toga che decisero un bel giorno che Di Matteo non doveva essere candidato, lo decisero molto prima che lo decidessero i giudici, prima di un rinvio a giudizio prima di un processo prima ancora di una sentenza. Lo decisero perchè la fuori, davanti alla porta del Pd, c'era da mesi una folla inferocita che voleva la sua testa, da sacrificare in nome di tutte le porcherie della politica. Una folla con nomi e cognomi. Lo avevano già condannato, da mesi: sui giornali amici, nelle assemblee di partito, nelle piazze e sul web. Fiumi di carta, di comunicati, di invettive. La moralizzazione della politica passava per una strada sola in Abruzzo, si arrampicava su per le colline di Roccamorice e entrava dritta a casa sua: ma Donato Di Matteo, ex assessore regionale ai Trasporti, non è responsabile dell'inquinamento delle falde del fiume Pescara, la sua posizione è stata stralciata ieri da una Pm scrupolosa e finirà probabilmente in una bolla di sapone, il massimo che rischia è l'omissione di atti d'ufficio. Bastava aspettare, usare quel garantismo che si usa con tutti, che si usa soprattutto in presenza di un avviso di garanzia. Ma quelli là fuori volevano la sua testa subito: gli serviva un trofeo per dimostrare che la politica si era data una ripulita, liste pulite le chiamarono. Martellavano con i comunicati, centinaia ne scrisse Rifondazione contro Di Matteo indagato, neppure un pugno per Del Turco arrestato. E così Walter Veltroni e Luciano D'Alfonso all'epoca segretario del Pd e poco prima di essere messo ai domiciliari, non si limitò a darlo in pasto a Acerbo di Rifondazione, a Melilla di Sinistra democratica, a Di Pietro, a tutti quelli che lo volevano fuori dalle liste regionali perchè indagato «per un reato orribile come l'inquinamento del fiume Pescara», una regola sacrosanta se valesse per tutti. Ma il Pd e tutto il centrosinistra fece di più, fece di peggio: decise che lui soltanto lui, il Di Matteo vincitore delle primarie dovesse essere cancellato dalle liste. Tutti gli altri no. «Sono indagati di meno», risposero i Di Pietro i Paolo Ferrero e tutti gli altri. Che figura.