I tormenti del Pd. Mister 13 mila preferenze, sacrificato in nome della questione morale e poi prosciolto, rompe il lungo silenzio
Adesso parla lui. Anzi ha già parlato, martedì scorso al gruppo Pd, ora fa il bis. Perchè è stufo, di fare il bersaglio, stufo del tiro al piccione, degli Acerbo dei Melilla dei Paolini, stufo di essere gabbato. E dei copyright: e chi l'ha detto che ce l'hanno i suoi accusatori il copyright del rinnovamento, adesso è lui che lo vuole. «Hanno fatto il funerale senza il morto» dice Donato Di Matteo, mister 13mila preferenze, immolato sull'altare della moralità, processato e condannato da politici con la toga, cancellato dalle liste dopo aver vinto le primarie. E adesso basta. Pazienza per i mesi di penitenza e di confino, per le pasticche per la depressione e per gli insulti, per la zizzania che gli hanno messo in famiglia quando volevano candidare il figlio al posto suo, pazienza per tutto. Oggi ha convocato una conferenza stampa, sassolini in libertà. Eccoli qua.
Bisogna tornare a lavorare. La «zappa», dice: gli sfugge questa parola, ma è giusta la sintesi, efficace la metafora. E' una delle due condizioni che porrà al partito e alla coalizione per rilanciare la politica. E anche per tornare a impegnarsi: non l'anagrafe degli eletti come chiede Rifondazione ma l'«anagrafe degli iscritti», fatta di gente che lavora, che abbia una professione. Perchè il rinnovamento passa di qua: «Basta con i professionisti della politica, quelli che con la politica ci campano, che non hanno nè arte nè parte: io voglio un'anagrafe degli iscritti dalla quale si evinca nome cognome e stipendio. Che dia modo ai cittadini e al partito di controllare, di verificare se i politici vivono al di sopra dei loro mezzi». E come seconda condizione l'authority degli enti: un organismo in grado di controllare l'operato dei cda e degli amministratori delle società, «che dia la possibilità agli amministratori di operare in tranquillità». Solo così sarà disposto a tornare in politica, a dare il suo contributo, «solo se saranno realizzate queste condizioni». L'ha detto chiaro e tondo al suo partito martedì sera, «perchè il Pd non deve ricevere lezioni da nessuno» e «io che sono stato trattato da Acerbo come un delinquente comune, non devo andare a chiedere il permesso a nessuno, tantomeno a Acerbo che utilizza la politica per campare».
E' questo il rinnovamento, secondo Di Matteo. Un monito ai suoi grandi oppositori, ma anche al Pd. Perchè quando parla dei professionisti della politica, parla anche dei suoi colleghi di partito, anzi prima di tutto di quelli. «Non dovrà più succedere e non succederà a me, perchè non lo accetterò mai, che ci si debba fare carico di quanti nel mio partito non hanno lavoro. Non potrò fare nè il presidente della Provincia nè altro finchè il partito mi dirà tizio deve fare l'assessore, sennò come campa». Questa stagione deve finire. «Finora io nel mio partito sono sempre arrivato secondo, perchè prima di me ci venivano Paolini o Melilla, chi insomma con la politica ci doveva campare», ma adesso lui fa il medico e non vuole sapere altro. «Se dovrò tornare a impegnarmi in politica, pretendo serenità e rinovamento vero». Non dimentica Di Matteo di essere stato giudicato «da gente con problemi più gravi dei miei: da Ferrero, che mi ha indicato come il capo di una cupola politica del malaffare, e da Di Pietro». Ha sbagliato il Pd, quando non ha preteso la Sanità nel 2005, ha sbagliato molto tempo prima: «Quando votò le due leggi stralcio ai tempi della giunta Falconio: quelli furono gli errori dai quali trae origine il disastro economico e giudiziario della sanità. Con quelle due leggi si diede il permesso alle cliniche di trasformare i posti di psichiatria in centri di riabilitazione: posti che adesso sono diventati letti ospedalieri». E adesso che per fortuna il peggio è passato, offre al Pd uno spunto di quelli che dovrebbero far riflettere. «Il Pd e tutto il centrosinistra credono che la sconfitta elettorale sia stata determinata dagli arresti del 14 luglio. Non è così: il centrosinistra ha cominciato a perdere le elezioni molto tempo prima. Li ricordate i fischi a Del Turco e a Paolini? Se non si capisce questo, non ci risolleveremo più».