Il copione sulle rottamazioni si sta svolgendo come previsto. Gli Stati (ultimi i francesi con oltre sei miliardi di euro) usano i soldi dei contribuenti per sostenere la proprio industria automobilistica, devastata dalla crisi e ben decisa a sopravvivere senza neanche chiedersi perché il maglio della congiuntura negativa l'abbia colpita così duramente. Per cui leggiamo, ad esempio, che la Toyota decide di licenziare 20.000 persone e allo stesso tempo che molte ferrovie americane hanno avuto un trimestre più che positivo sul versante degli utili. In effetti quello che di più di tutto irrita nella gestione di questi bailout automobilistici è la totale mancanza di analisi da parte dei decisori, ansiosi piuttosto di tappare le falle aperte nella società da questi colossi che hanno iperprodotto auto-spazzatura per anni contando sul credito facile concesso alle famiglie e sul devastante battage pubblicitario che vediamo ogni giorno in tv per venderle. I più pudichi, come gli americani, hanno usato la foglia di fico delle auto ecologiche in cambio degli aiuti per nascondere la realtà delle cose. Ossia che non serve cambiare un'auto ogni due anni. Non serve produrne centinaia di migliaia al giorno (ogni singola compagnia) perché a un certo punto qualunque mercato si satura. Non serve continuare a investire sull'auto quando è chiaro che le tendenze del mercato petrolifero sono rialziste, nel lungo periodo, e prima o poi la benzina tornerà a costare una tombola. Allora, se incentivi dovevano essere, meglio sarebbe stato puntare sulla rottamazione tout court: butti un'auto e non ne compri un'altra: ti regalo un anno di mobilità gratuita sui mezzi pubblici o sconti sui treni. Figurarsi.