| |
|
| |
Pescara, 30/04/2026
Visitatore n. 753.563
|
|
|
|
|
|
|
14/02/2009
Il Centro
|
Il Pil crolla dello 0,9%, il peggiore dal '93. Berlusconi ammette: «Siamo preoccupati» L'economista Vaciago: nessuna sorpresa |
|
MILANO. Risultato pesantissimo per il Pil italiano: l'anno si chiude con una flessione dello 0,9%, il peggiore dato dal 1993. Ma soprattutto l'ultimo trimestre del 2008 registra un tracollo del 2,6% rispetto allo stesso mese del 2007 e dell'1,8% rispetto al trimestre precedente. Si tratta dei cali maggiori dal 1980, cioè dall'inizio delle serie storiche comparabili dell'Istituto di statistica. L'effetto negativo di trascinamento nel 2009, vale a dire il risultato che si registrerebbe se non ci fosse alcuna variazione della crescita per tutto l'anno, è pari a -1,8%. Anche confrontando il dato con quello degli altri principali paesi europei l'Italia annovera la maglia nera del peggiore andamento del Pil. Ieri per la prima volta il Presidente del consiglio ha usato la parola «preoccupazione»: «La crisi ha dimensioni non ben definite. Noi la guardiamo con preoccupazione», ha detto Silvio Berlusconi suscitando le ironie di Veltroni. «Berlusconi dice che è preoccupato», ha sottolineato il leader del Pd. «Dice per la prima volta che è preoccupato di fronte ad un disastro senza precedenti che richiederebbe interventi straordinari». A rendere il quadro economico ancora più preoccupante il dato sul debito pubblico, salito a novembre alla cifra record di 1.686,5 miliardi. Secondo quanto segnala il Supplemento al Bollettino statistico della Banca d'Italia, la crescita è stata dell'1% rispetto al massimo storico precedente raggiunto a ottobre 2008 con 1.669,558 miliardi. L'incremento rispetto a novembre 2007 è stato invece del 3,6%, pari a 58,673 miliardi. Professore Giacomo Vaciago, professore di politica economica dell'Università Cattolica di Milano, sono dati peggiori delle previsioni? Che cosa significano? «Sono dati che non mi sorprendono. Da ottobre sappiamo che la crisi dalla finanza e dalle materie prime si è trasferita all'industria. Giappone, Germania e Italia in sequenza sono i paesi più colpiti e anche quelli con la maggiore incidenza della quota di manifatturiero sul totale. Questo significa anche crollo delle esportazioni perché gli Stati Uniti sono i più grandi consumatori al mondo e se smettono di acquistare mettono in crisi parte dell'Europa e ovviamente i paesi asiatici che infatti stanno sentendo anche loro pesantemente la paralisi». Quindi la crisi rischia di colpire più fuori che all'interno degli Stati Uniti? «Esattamente così. Come è accaduto altre volte siamo di fronte ad un apparente paradosso: gli Usa, che sono all'origine di questo disastro, non stanno pagando per gli effetti sull'industria della recessione. Anche se negli ultimi cinquant'anni il peso degli Usa sull'economia mondiale si è letteralmente dimezzato, dal 50 al 25% del Pil globale, una frenata dei consumatori Usa ha comunque effetti pesantissimi sui paesi esportatori». Ma il piano di Obama non può arrestare questa spirale negativa? «Difficilmente, perché in un mondo globalizzato è quasi impossibile che una sola locomotiva, ammesso che riparta, possa trascinare gli altri con il freno a mano tirato. Quello che sorprende e preoccupa è l'assenza totale dell'Europa: dov'è Barroso? Qualcuno l'ha visto e sentito? Il dramma è che i paesi approvano piani nazionali che rispondono al tentativo di accontentare le rispettive basi elettorali con esiti nella maggior parte dei casi assolutamente negativi. Sarkozy, che pure ha varato le norme più incisive, è stato contestatissimo e la Merkel rischia di perdere le elezioni. Se non si interviene con un'azione globale si corre il rischio di imbarbarimento della «fabbrica sociale» perché il clima è in continuo e rapidissimo peggioramento» Si riferisce ai rischi di conflitti sociali? «Attenzione che non si tratta di rispolverare contrasti tra le classi sociali, ma piuttosto di una sofferenza indotta dalla crisi della fabbrica economica che determina un deterioramento del contesto perché le aspettative peggiorano di giorno in giorno. Noi tratteniamo il respiro, ma il clima peggiora in continuazione e sarebbe indispensabile ricreare le condizioni per un ritorno alla fiducia. Altrimenti sono inevitabili i conflitti e una generale esplosione dell'egoismo».
|
|
|
|
|