PESCARA. La previsione di 4 mila posti in meno nel settore auto. Il Pil in Abruzzo che di rimbalzo per la crisi del settore scende dell'1,1 per cento, portando la regione terza in Italia, dopo il Piemonte e la Basilicata, come dato negativo. E' lo scenario che emerge dal rapporto dello Svimez.
I dati della ricerca sono quelli della produzione e occupazione nel 2009 nel settore automobilistico, elaborati dal professor Giuseppe Mauro, preside della Facoltà di economia dell'Università d'Annunzio.
«L'impatto della crisi finanziaria potrebbe essere più forte in Abruzzo che altrove», spiega Mauro, «perché il corpo economico di questa regione non è in grande salute e perché la struttura produttiva locale è particolare».
Per Mauro questi i dati più allarmanti. Il primo riguarda il Pil: se per l'Italia si prevede una caduta dello 0,9 per cento, per l'Abruzzo questo dato dovrebbe arrivare a meno 1,3 per cento se non meno 1,5 per cento. Per la crisi dell'auto, in Abruzzo, la caduta del Prodotto interno lordo sarà dell'1,1%, con l'annuncio di taglio di posti di lavoro di 4.000 unità.
Le cifre, fornite dalla Svimez e relative al 2009, parlano infatti di una crisi dell'auto che produrrà un impatto negativo, in Abruzzo, sia in termini di occupazione che di Pil, osserva Mauro.
La previsione è preoccupante anche perché oltre il 30 per cento della capacità competitiva della regione appartiene proprio al settore dei mezzi di trasporto e buona parte delle esportazioni sono legate proprio al mondo dei veicoli. «C'è poco da rallegrarsi, più in generale, se si considera che la crisi colpirà tutto il settore industriale che fino ad oggi ha consentito alla regione di vantare posizioni di tutto rispetto a livello nazionale», ricorda Mauro. Questa, commenta l'economista, è la settima regione industriale d'Italia e due delle quattro province (Teramo e Chieti) si collocano nei primissimi posti della graduatoria nazionale.
Per capire il perché di quello che sta accadendo, e quindi leggere meglio la crisi e i suoi effetti, Mauro suggerisce di fare un passo indietro nel tempo, guardando al periodo precedente al tracollo finanziario, e cioè gli anni tra il 2000 e il 2007. In quei sette anni, ricorda, c'è stata «una lunga stagnazione dell'economia abruzzese. Questo ha comportato la riduzione del livello di benessere complessivo della comunità, ma nonostante ciò c'è stata una scarsa attenzione ai problemi della crescita».
Un altro fattore da non sottovalutare è legato «alla capacità di utilizzo dei fondi comunitari che nel ciclo di programmazione 2000-2006 è stato soltanto del 71 per cento, di gran lunga al di sotto delle medie regionali che si sono aggirate intorno all'80 per cento, come emerge da una elaborazione del ministero dell'Economia e delle finanze. E poi», aggiunge Mauro, «si è determinata una selezione tra le piccole imprese, soprattutto quelle legate alla subfornitura, che hanno vissuto con drammaticità l'accentuata pressione concorrenziale a livello internazionale e il rallentamento della domanda interna».
L'economista concorda col presidente della Regione, Gianni Chiodi, quando dice che questa è una «crisi importata e devastante e che si può solo alleviare, senza incidere in maniera risolutiva». E quindi «la questione deve avere una rilevanza nazionale», per gli interventi da attuarle. A livello regionale si può comunque «far affluire liquidità alle piccole e medie imprese, per evitare che vengano emarginate o espulse dal mercato».