Da Barcellona arriva l'inviato di Toyo Ito «Per capire le cause, servono le analisi Ma non avremmo mai immaginato questo»
PESCARA. «Il Calice di Toyo Ito? Buttatelo via e buonanotte. Quella non è un'opera d'arte: è l'idea di un architetto bravo e alla moda, ma è inutile fare una cosa uguale perché si rompa di nuovo. Meglio piuttosto chiedere in dono una scultura in pietra alla vedova di Pietro Cascella e usare i soldi degli sponsor per pagare il trasporto». È caustico come al solito Vittorio Sgarbi, critico d'arte e sindaco di Salemi: nei giorni della bufera giudiziaria prese tra i primi le parti di Luciano D'Alfonso, ma ora boccia le sue scelte artistiche.
Per Sgarbi, la faccenda è chiara: «L'inadeguatezza dell'opera in quel luogo è provata dal fatto che si è rotta, rifarla non ha senso» dice nel giorno in cui dallo studio di Toyo Ito a Barcellona arriva a Pescara l'architetto Makoto Fukuda, spedito in tutta fretta in Abruzzo per esaminare l'opera danneggiata, blindata da un'armatura metallica sotto la neve che copre in un'atmosfera irreale piazza Salotto, e fare un dettagliato rapporto allo staff dell'architetto giapponese a Tokio.
Riparare lo Huge Wine Glass, secondo l'ex sottosegretario ai Beni Culturali, sarebbe il peccato più grave: via, invece, il fragile oggetto giapponese, che non resiste ai primi freddi, avanti con la solida tradizione abruzzese, come indica ironicamente la mano che ha lasciato sulla scultura un disegno emblematico: il bicchiere rotto e capovolto che si trasforma in fiasco di vino. Magari, Montepulciano.
«Pescara non è Los Angeles. Il limite del sindaco, che io conosco, è stato il provincialismo. La cosa più bella della regione è Santo Stefano di Sessanio, quello è l'Abruzzo. E allora non chiami il giapponese, chiami un artista italiano e gli chiedi un'opera in pietra». Così come fu un errore l'idea della pensilina dell'architetto Arata Isozaki davanti alla Galleria degli Uffizi a Firenze, a cui Sgarbi, allora al governo, si oppose fieramente, così il progetto di una installazione in cristallo acrilico nella città di D'Annunzio per Sgarbi è sbagliato: «Io ho difeso il sindaco quando non lo aveva fatto Walter Veltroni, perché ho ritenuto le accuse della magistratura grottesche, anche se lui ha fatto male a darsi malato. Certo, se uno volesse essere cattivo, potrebbe dire che le responsabilità penali del sindaco sono anche in una impresa come questa: può dire di non avere speso nulla, che l'opera è stata pagata da sponsor, ma il suo errore è stato nel non avere difeso la città dall'intrusione di elementi alla moda come questo: non è che, siccome ti regalano una cosa, la metti per forza. Trovo questa, come altre iniziative del sindaco, molto discutibili». Sgarbi parla della «speculazione» fatta intorno alla vecchia stazione: «È la devastazione della città in nome di un modernismo assurdo» sostiene. Stroncata l'idea dell'amministrazione D'Alfonso di fare di Pescara una città proiettata al contemporaneo attraverso insediamenti di artisti internazionali: «È provincialismo, perché Pescara è una città in cui il povero architetto Anita Boccuccia di Italia Nostra ha visto buttare giù un villino in viale Primo Vere senza poter fiatare. Non è che non devi avere care le cose moderne, ma vanno fatte senza seguire le mode, tentando di dare un'armonia. Perché guardiamo con ammirazione all'architettura fascista di Pescara? Non certo per favore verso il regime, ma perché era solida e consistente. Io esorterei il prossimo sindaco ad assumere un atteggiamento di maggiore armonia verso le cose». Ecco perché, spiega, Pescara ha bisogno di un'opera che rappresenti la continuità con la tradizione: «Io trovo tutta questa cosa imbarazzante. E quindi, perché non approfittare del destino che l'ha rotta, per esempio per ottenere in dono dalla vedova di Pietro Cascella una scultura di questo illustre sculture di Pescara? Se una cosa è carina e pagata da privati, allora che se la faccia il privato in un bar. Un errore di gusto è un errore civile. E il pubblico, se offre uno spazio, cede uno spazio che è di tutti».
Ma l'amministrazione, per il momento, è intenzionata ad andare avanti per ottenere la restituzione dello Huge Wine Glass, integro e possibilmente senza più difetti. Ieri pomeriggio, accompagnato dai tecnici del Comune, l'architetto Makoto Fukuda ha fatto un sopralluogo nella piazza imbiancata: ha scattato una serie di fotografie a distanza ravvicinata e girato un video che percorre tutta la lunghezza della crepa, inviati poco dopo via e-mail alla Toyo Ito & Associated Architects di Tokyo dall'ufficio dell'ingegner Luciano Di Biase, direttore dell'area Lavori pubblici, presenti il dirigente Pierpaolo Pescara e lo staff.
«Adesso analizzeremo innanzitutto le immagini per capire che cosa è accaduto, ho misurato la spaccatura, è di 12-13 millimetri» ha spiegato. «Non so quando arriverà l'architetto, ma Ryu Mitarai (il braccio destro di Ito, ndr) vuole venire quando avremo una soluzione. È possibile che per capire ci serva un pezzo della struttura da esaminare. In questo momento non si può dire altro». Di certo c'è che l'implosione dello Huge Wine Glass non era stata inserita tra le opzioni. Fukuda lo dice chiaramente: «Quando è stata realizzata, avevano immaginato che potessero esserci dei problemi: per esempio dilatazione, problemi di struttura, o punti di difficoltà. Abbiamo calcolato. Ma che sia chiaro: non avremmo potuto immaginare questo, ci eravamo preparati ad altro. Adesso per conoscere le cause bisognerà aspettare le analisi, ditelo ai cittadini. All'inizio, quando l'abbiamo saputo, abbiamo provato pena. Ma è una cosa importante per Pescara e quindi bisogna rifarlo». L'opera, secondo quanto richiesto da Fukuda, resterà al suo posto ancora per alcuni giorni, in attesa dei primi responsi, poi sarà trasportata a Pomezia, nello stabilimento della Clax Italia, che l'ha realizzata.