Nel mirino l'intesa con il cementificio Lafarge che promise soldi per 15 anni in opere socio-culturali
PESCARA. D'Alfonso potrebbe tornare presto in Procura. Solo lui può chiarire tutti i passaggi della realizzazione del Calice di Toyo Ito, un'opera che il sindaco ha fortemente voluto, difendendola dagli attacchi e inaugurandola in piazza Salotto il 14 dicembre, 24 ore prima di essere messo agli arresti domiciliari. L'inchiesta del pm Paolo Pompa entra nel vivo con i primi interrogatori.
INCHIESTA-BIS. Il primo nome della lista è quello del sindaco, il quale potrebbe entrare anche nell'inchiesta-bis, che si può considerare una costola di quella del pm Varone sulle presunte tangenti al Comune. Diventano così quattro le indagini (le altre due sono quella sull'assunzione di Dezio e quella sull'Urbanistica) che chiamano in causa il Comune e soprattutto i rapporti con gli imprenditori. Le più recenti, quella sugli appalti e quella sulla realizzazione dell'opera dell'architetto giapponese Ito, sono affidate a magistrati diversi. Ma l'una e l'altra partono da un assunto: fare luce sui rapporti tra amministrazione e imprese, per cui si ipotizza, con accuse ancora tutte da dimostrare, che dietro alle «liberalità» possano nascondersi dazioni di denaro in cambio di non meglio precisati favori: benefici non dovuti ai privati. In Procura non credono alle liberalità fini a se stesse. Le indagini procedono autonomamente, dunque, ma finiscono inevitabilmente con l'intrecciarsi. Del resto, la prima inchiesta sul sindaco D'Alfonso è quella del pm Pompa che ha chiesto cinque rinvii a giudizio per l'assunzione di Dezio. Per la Procura è questa la madre di tutte le inchieste. D'Alfonso avrebbe voluto piazzare a tutti i costi il suo uomo di fiducia per potergli affidare la gestione dei soldi reperiti tra gli imprenditori.
NUOVI INTERROGATORI. Lo stesso pm Pompa, ora, sta analizzando proprio le lettere del sindaco e in particolare quella inviata alla società Lafarge, titolare del cementificio, nella quale D'Alfonso chiede che la Lafarge corrisponda a Clax Italia, la società di Pomezia che ha realizzato l'opera, l'anticipo di sette annualità del canone annuo di 120mila euro dovuto sulla base del protocollo d'intesa siglato l'8 maggio con la proprietaria dell'impianto di via Raiale. Complessivamente, i soldi dei privati per realizzare l'opera sono stati un milione e 100mila euro. Di questi, secondo un accordo, 840mila erogati dalla Lafarge e 250mila dalla Banca Caripe. La Clax Italia ha inoltre precisato che «i pagamenti sono stati effettuati direttamente da Lafarge e Banca Caripe e non dal Comune. Si trattava di pagamenti dilazionati. La Lafarge ha saldato, la Caripe deve ancora una parte». Da oggi cominceranno a sfilare in Procura i nuovi testimoni della nuova inchiesta. Tra questi potrebbe esserci Luciano D'Alfonso. Negli ambienti della Procura, la strategia del silenzio e delle memorie difensive adottata dall'indagato eccellente è stata interpretata alla stregua di un volersi sottrarre alle domande del pm avvalendosi della facoltà di non rispondere. Insomma, una sorta di seconda sfida dopo quella di ritirare le dimissioni ma di non tornare in sella invocando un impedimento. «Del resto», dice un investigatore, «non serve certamente una memoria difensiva per indicare come si sono spesi 200mila euro circa tre anni fa».
CEMENTIFICIO. La storia dell'opera d'arte su cui si è incentrata l'attenzione della Procura è legata a filo doppio con quella del rapporto, sempre tormentato, tra il cementificio e la città. A novembre 2008, infatti, Lafarge annunciò di aver venduto lo stabilimento al gruppo Sacci. Un'uscita di scena che aveva di fatto annullato la convenzione firmata da D'Alfonso e Ariberto Fassati (Lafarge), che prevedeva l'impegno del gruppo francese a riqualificare il parco della Pace di Villa del Fuoco (200mila euro) e a versare ogni anno, per 15 anni, 120mila euro al Comune «per la realizzazione di iniziative di grande rilevanza sociale, economica, culturale e ambientale», oltre a trovare un'area idonea, fuori città, per spostare il cementificio. Il 10 novembre il sindaco annunciò di voler riprendere il discorso delocalizzazione con la nuova proprietà. Una riunione fu fissata per il 20 dicembre. Ma il 15 il sindaco fu messo agli arresti domiciliari. Il giorno prima, all'inaugurazione del Calice in piazza Salotto, D'Alfonso ringraziò la multinazionale, annunciò che la manutenzione sarebbe toccata alla Caripe e confermò di voler chiedere al cementificio la delocalizzazione.