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Pescara, 28/04/2026
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26/02/2009
Il Messaggero
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Senatori-presidenti, ecco il progetto di Piccone. Quattro parlamentari alla guida delle Province. E Scelli sbotta: «Ha toppato su tutto, vada via» |
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PESCARA - Chiodi zitto, Tancredi pure. Parlano solo i due litiganti e il terzo che gode, quello che li ha separati, felice sotto sotto che a darsele di santa ragione fossero due azzurri e An no, An è compatta e semmai le divisioni le consuma nel segreto delle stanze: Fabrizio Di Stefano è l'uomo che si è messo tra Maurizio Scelli e Filippo Piccone nella notte delle sberle, che li ha separati e ha evitato che finissero al tappeto. Il giorno dopo, della rissa scoppiata nella sede di Forza Italia a Pescara sulle candidature alle Province non resta che qualche sporadica ammissione e molte alzate di spalle, perchè così va il mondo e anche la politica. Nasce così il Pdl abruzzese, con una rissa in piena regola tra il coordinatore regionale Filippo Piccone e il deputato Maurizio Scelli, e pensare che alla vigilia delle elezioni Forza Italia era stata commissariata perchè litigava troppo, e Gaetano Quagliariello arrivato da Roma aveva imposto proprio Piccone per spegnere i bollori insieme a Di Stefano in rappresentanza di An, senza che il nomen-omen gli avesse suggerito nulla. Il livello invece è salito e si è arrivati allo scontro fisico, anche se in ballo c'è la leadership del partito e la rabbia nei confronti del duo Piccone-Tancredi che pretende di imporre i propri candidati prima del congresso nazionale del 27 marzo e dell'arrivo del nuovo coordinatore regionale. Ma è il disegno politico di Piccone che ha fatto andare su tutte le furie una parte del partito: il senatore azzurro vorrebbe candidarsi alla presidenza della Provincia dell'Aquila e per garantirsi la copertura ha allargato la proposta a tutte le altre province, proponendo che su quelle poltrone vadano a sedersi i senatori pidiellini. E quindi Di Stefano a Chieti, Tancredi a Teramo e Pastore a Pescara. Peccato però che sia Tancredi che Pastore gli abbiano risposto picche. Maurizio Scelli affila le armi e annuncia per domani a Pescara una conferenza stampa: «Uno che fa il senatore deve fare il senatore, se vuole candidarsi Piccone dovrà dimettersi, come ha fatto Costantini». Ma non finisce qui: l'ex commissario della Croce Rossa che ha subito l'assalto fisico di Piccone, mette il dito nella piaga: «Piccone ha toppato su tutto, non è riuscito a fare eleggere neppure un candidato se non quello del listino, e divide il partito: chi toppa su tutto deve fare un passo indietro. L'altra sera non aveva alcuna legittimazione a parlare e a decidere le candidature, lui è stato nominato solo coordinatore elettorale e fino a questo momento noi abbiamo un altro coordinatore regionale che è legittimato a guidadre il partito, che è Andrea Pastore». Ma non basta: «Piccone è l'uomo che ha messo la giunta Chiodi sub judice, e se le elezioni verranno annullate sarà soltanto colpa sua». «Convocherò una conferenza stampa per venerdì - aggiunge Scelli - per spiegare agli elettori il mio punto di vista. Sono sempre stato dalla parte della gente, della base, di chi ci mette la faccia, sto con chi ha i voti, non con chi è stato paracadutato da Roma». Cerca di stemperare l'aria Filippo Piccone: «Non è successo niente, non vedo nessuna lezione politica. Se Scelli ce la vede dimostra che la vediamo diversamente. E' solo un incidente di percorso: le litigate ci stanno, ma siccome è di Forza Italia questo dimostra che è semmai uno scontro personale. Ben diverso sarebbe stato se avessi litigato con Di Stefano, che è di An. Allora sì che si sarebbe potuto parlare di scontro politico». Insomma se per Piccone quello di lunedì scorso è stato soltanto uno scontro fisico, come se aggredire un collega di partito e insultarlo fosse normale, a sguazzare nel pantano del Pdl ci si mette naturalmente l'opposizione. «Povero Abruzzo - è il commento del capogruppo Pd in consiglio regionale Camillo D'Alessandro - scriverò al capogruppo Giuliante per consigliargli di assumere un arbitro di pugilato».
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