Sigilli al buen retiro di Lettomanoppello, costruito da un imprenditore in affari con il Comune
Finisce sotto sequestro la villa di Lettomanoppello dell'ex sindaco di Pescara Luciano d'Alfonso, accusato di corruzione per un giro di presunte tangenti incassate da imprenditori durante il suo mandato. E' una contestazione aggiuntiva a quelle finora note, che coinvolge quattro persone in totale. Oltre all'ex sindaco e all'ex dirigente dell'area tecnica del Comune di Pescara, Giampiero Leombroni, che comunque già figuravano nell'ordinanza di custodia cautelare, ci sono altri due personaggi, due new entry: il costruttore Rosario Cardinale, amico di vecchia data di D'Alfonso, e Vincenzo Cirone, nominato dirigente dopo Leombroni. E il perno di questo ennesimo episodio di corruzione sarebbe proprio il costruttore Cardinale che avrebbe realizzato, nell'arco di circa quattro anni, dal 2003 al 2006, la bella villa di D'Alfonso 320 mila euro: un prezzo, secondo gli esperti della procura, notevolmente inferiore al suo reale valore. Una villa di cui si gavoleggia da tempo, con parco, ulivi secolari, cinque bagni e lussuosi box doccia. Frutto di corruzione, secondo il gip De Ninis, che ha disposto il sequestro. In sostanza, il Pm Gennaro Varone contesta a D'Alfonso di aver fatto eseguire al costruttore amico lavori per 100 mila euro che non sarebbero stati ricompresi nel costo totale della villa. Si tratterebbe dunque di una maxi tangente da 100 mila euro. In cambio di cosa? Ma di lavori che dal 2004 al 2005 il Comune affidò a Cardinale. Sette, per la precisione, tra affidamenti diretti o mediante trattiva privata: per il ripristino dei marciapiedi, la valorizzazione del lungomare sud e nord, per la sistemazione di piazza Primo Maggio. Lavori che singolarmente non superano i 100 mila euro, ma che in totale si assesterebbero intorno ai 500 mila euro. A riprova del "do ut des" che ipotizza la procura, ci sarebbe il ruolo svolto da D'Alfonso: una intromissione continua nelle pratiche che gestivano Leombroni e anche Cirone, visto che quei lavori vennero affidati dall'ex dirigente dell'area tecnica. E a supporto di questa tesi ci sarebbero delle dichiarazioni rese dallo stesso Leombroni e addirittura una lettera, anzi una direttiva di insediamento, che la procura avrebbe sequestrato in casa dell'ex dirigente passato poi alle dipendenze di Carlo Toto (altro coindagato per corruzione). Una direttiva che non venne condivisa da Leombroni e che portò alle sue dimissioni nell'agosto del 2005. Una lettera nella quale D'Alfonso affidava a Settimio Di Battista e a Nicola Baiocchi, suoi uomini di fiducia, il ruolo di ronde: ognuno di loro ogni giorno sarebbe dovuto partire dal capo opposto della città e segnalare la presenza di buche, di insegne fuori legge, di pubblicità anomale e via dicendo, un controllo che avrebbe dovuto fare l'area di Leombroni.
Insomma, dalle carte dell'inchiesta, il magistrato Varone avrebbe finora quantificato le presunte tangenti intascate da D'Alfonso in circa 500 mila euro. Ai 100 mila euro di quest'ultima contestazione andrebbero infatti aggiunti i circa 200 mila euro che venivano fuori dai tanti piccoli episodi contestati nell'ordinanza che portò all'arresto di D'Alfonso e degli altri coindagati (Guido Dezio, Marco Molisani, Fabrizio Paolini e l'imprenditore Massimo de Cesaris), e infine gli altri circa 200 mila euro sospetti emersi dagli accertamenti patrimoniali e legati in massima parte all'acquisto della casa di Pescara di salita Zanni.