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Pescara, 28/04/2026
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Data: 04/03/2009
Testata giornalistica: Il Centro
Donne in pensione a 65 anni - L'aumento a partire dal 2010 solo per le dipendenti statali. La Cgil: egualitarismo ipocrita, poi toccherà al settore privato

MILANO. Dal 2018 anche le donne andranno in pensione a 65 anni. E' quanto prevede la bozza proposta dal governo che è stata inviata alla Commissione europea per il necessario esame. Il progetto di legge punta ad innalzare l'età pensionabile per le donne nella pubblica amministrazione di un anno ogni biennio, in modo da parificarla a quella degli uomini. Il testo, composto da un solo articolo di legge, si intitola: «Elevazione dell'età pensionabile per le dipendenti pubbliche». La nuova legge dovrebbe andare in vigore a partire dal 1 gennaio 2010. Dunque, per
quest'anno tutto resta invariato.
Ma dal prossimo anno si dovrà alzare l'età di un anno e l'articolo di legge prevede, ogni due anni, ulteriori incrementi dell'età fino ad arrivare, appunto, al tetto dei 65 anni nel 2018. L'Italia, va detto, nei mesi scorsi era stata condannata dalla Corte Europea proprio per questa discriminzione. In pratica si contestava al nostro Paese l'obbligatorietà, per gli uomini, di lavorare nella pubblica amministrazione fino a 65 anni; e la facoltà per le donne, di interrompere il lavoro arrivate a 60 anni. Adesso, con la riforma, viene di fatto revocata la volontarietà e le donne dovranno restare in servizio come i loro colleghi maschi.
La sentenza della Corte Europea, poi, cercava di di equiparare le donne agli uomini e sosteneva che, iniziando a lavorare magari più tardi (per accudire i figli, ecc...) e smettendo prima, le donne riuscivano ad accumulare un numero minore di anni contribuivi e quindi percepivano pensioni più basse. L'Italia, per la verità, ha sostenuto che l'esodo a 60 anni era comunque volontario, ma l'Europa non ha voluto sentire ragioni ed ha chiesto al nostro Paese di adeguarsi alla normativa.
Ieri sull'argomento sono intervenuti politici e sindacalisti. Per Renata Polverini, segretaria dell'Ugl, «è comunque indispensabile la volontarietà, perchè non è attraverso l'equiparazione dell'età che si rende giustizia alle discriminazione cui sono soggette le lavoratrici». Per Maria Ida Germontani (Pdl) «è giusta la decisione del governo perchè questo intervento ci consente di allinearci all'Europa». «Speriamo - sostiene la deputata del Pdl - che dall'opposizione non giunga la solita propaganda».
Si scaglia contro la decisione del governo il segretario confederale della Cgil, Morena Piccinini. «Dietro l'ipocrisia della cosidetta gradualità - sostiene - si nasconde un inaccettabile accanimento contro le donne». «E' assurdo e paradossale - sostiene la sindacalista - pensare a un aumento dell'età pensionabile delle donne in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo. Prima di pensare alla parificazione, sarebbe invece giusto parificare altre questioni, a partire dall'occupazione, dalle retribuzioni, dal lavoro».
Per la Cgil c'è ora il timore che il provvedimento si trasmetta alle lavoratrici del settore privato. «Il governo - sostiene Piccinini - usa la crisi per ridisegnare e comprimere tutto lo stato sociale e ridurer i diritti dei soggetti più esposti nel mercato del lavoro». Pia Locatelli, presidente dell'Internzionale socialista donne e deputato europeo, si dice pronta a «scommettere fin d'ora che neppure un euro risparmiato sulle pensioni alle donne servirà a costruire un asilo nido in più». «L'unico risultato dell'equiparazione dell'età pensionabile - aggiunge - sarà quello di veder accresciuta ulterioremente la disparità di condizioni tra i due sessi».


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