ROMA Ora c'è nero su bianco. Più precisamente, il governo italiano ha inviato alla Commissione europea la bozza di proposta che punta a innalzare gradualmente, fino a 65 anni, l'età pensionabile per le donne che lavorano nella pubblica amministrazione. Una operazione che andrebbe così ad equiparare il trattamento previdenziale con gli uomini e che dovrebbe entrare a regime nel 2018, partendo dall'inzio del prossimo anno e secondo una progressione dell'aumento di un anno dell'età pensionabile ogni ventiquattro mesi.
Il testo inviato ieri a Bruxelles è assolutamente scarno: un solo articolo di legge dal titolo «elevazione dell'età pensionabile per le dipendenti pubbliche» e dovrebbe essere inserito con un emendamento al disegno di legge comunitaria all'esame delle commissioni in Senato. Le dipendenti statali dall'inizio del prossimo anno potranno beneficiare della pensione al compimento del sessantunesimo anno di età anagrafica, dal 2012 con i sessantadue anni, dal 2014 con i sessantatre, dal 2016 con i sessantaquattro, fino ad arrivare a sessantaciqnue nel 2018.
Aspettando il responso della Commissione europea, il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, si è limitato a dire che «il governo ha intenzione di ottemperare alla direttiva europea sulle Pari opportunità» e ad esprimere «la speranza che la Commissione parlamentare dia un indirizzo...ci farebbe molto piacere». Brunetta e il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, sarebbero intenzionati a destinare alle donne il 100% delle risorse che arriveranno dall'aumento dell'età di pensione. Ne parleranno la settimana prossima con Tremonti.
In effetti, la proposta italiana è anche un "atto dovuto" nei confronti della Ue in quanto alcuni mesi fa era stata la Corte di Giustizia europea a condannare il nostro Paese per la discriminazione tra uomini e donne che lavorano nella pubblica amministrazione facendo riferimento alla differenza di cinque anni per le uscite. L'Avvocatura dello Stato aveva sostenuto che le donne italiane sono discriminate nel mondo del lavoro e che la facoltà di anticipare la pensione di cinque anni doveva essere letta come una parziale compensazione. Argomentazione respinta: l'Italia avrebbe dovuto adeguarsi alla normativa europea in tempi rapidi.
I sindacati per ora hanno preso atto della proposta del governo italiano. La Cgil ha confermato la sua contrarietà. In un momento di crisi acuta come quella che sta attraversando il Paese andare a cambiare le regole nel pubblico impiego costituirebbe un elemento di ulteriore incertezza...si tratta di un inaccettabile accanimento contro le donne, fanno sapere da corso d'Italia. Pronte a discutere Uil e Cisl, ma soltanto in un quadro di volontarietà individuale. E comunque ogni centesimo risparmiato in materia previdenziale dovrà andare alle pensioni. Anche secondo l'Ugl quello della volontarietà deve essere un parametro fondamentale per ogni possibile correzione all'attuale copertura previdenziale per le donne che operano nel settore pubblico. E comunque va evitato il rischio che si scarichino proprio sulle donne i costi della crisi.