ROMA Per Piero Ichino, giuslavorista e senatore del Pd, la decisione del governo di prevedere un aumento graduale dell'età pensionabile delle donne nella Pubblica amministrazione a partire dal 2010 per arrivare a 65 anni nel 2018, inviato come bozza alla Unione Europea, «è un atto dovuto» dopo la condanna subita dall'Italia in sede di parificazione dell'età pensionabile tra uomini e donne.
Dunque l'Italia non poteva sottrarsi, senatore. E la sua valutazione sul merito della bozza, professore, qual è?
«Siamo obbligati sul piano comunitario, non c'erano margini di interventi diversi o di non intervento. Caso mai si potrà e dovrà ragionare sulla graduazione, sui tempi».
Questo, diciamo, per l'aspetto di adempimento alle norme comunitarie e relativi vincoli. Ma il suo giudizio politico qual è?
«Come è noto, io e la senatrice Emma Bonino avevamo scritto una lettera aperta al ministro Brunetta proprio per affrontare questa questione in maniera organica. Un intervento finalizzato al raggiungimento dell'obiettivo fissato a Lisbona, cioè all'adempimento di un obbligo comunitario di una situazione oggettivamente discriminatoria».
E adesso il governo, diciamo così, si avvia a mettersi in regola con le norme comunitarie...
«Infatti».
E basta così?
«No, non basta. Io penso questo, e cioè che tutto quanto viene fuori di risparmio dall'innalzamento dell'età pensionabile delle donne, cioè da una parificazione dell'età pensionabile, credo debba essere destinato ad una detassazione selettiva del reddito di lavoro femminile».
E questo non produrrebbe il rischio di un tipo nuovo di discriminazione?
«No. Un intervento di questo genere non sarebbe discriminatoria perchè sarebbe funzionale al raggiungimento dell'obiettivo di Lisbona, cioè il superamento del ritardo del tasso di occupazione femminile».
Insomma le risorse così reperite devono servire ad incrementare l'occupazione femminile: giusto?
«Certo. Come ho detto, i risparmi che si otterrebbero andrebbero destinati interamente ad una detassazione selettiva delle aliquote riservate al lavoro femminile, ossia agli stipendi più bassi, quelli fino a 1000-1200 euro. Ciò al fine di ridurre il prelievo sul lavoro femminile e quindi incentivare l'occupazione di questo tipo di mano d'opera».