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Pescara, 28/04/2026
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Data: 05/03/2009
Testata giornalistica: Il Messaggero
«Accuso il Pd: ha mollato Luciano» Enzo Del Vecchio denuncia la congiura del silenzio contro l'ex sindaco indagato

Il contrattacco di D'Alfonso. La lettera del fedelissimo ai parlamentari: tempi rapidi per l'inchiesta

Pregiatissimi onorevoli. Ma pregiatissimi proprio per niente: piuttosto opportunisti, latitanti e anche un po' ipocriti, umanamente parlando. Enzo Del Vecchio, consigliere comunale di Pescara e fedelissimo dell'ex sindaco Luciano D'Alfonso scrive. Due pagine e mezza indirizzate agli onorevoli che sembrano un anatema, o un atto di accusa, o un processo, un bel morso piazzato lì in quella parte molle del Pd che reagisce a seconda degli umori e dei momenti, paurosa e meschina e che ha messo la testa sotto la sabbia. Non li nomina mai i parlamentari Vittoria D'Incecco, Tommaso Ginoble, Giovanni Legnini, Giovanni Lolli, Luigi Lusi, Franco Marini, Lanfranco Tenaglia, Livia Turco, ma sono tutti lì, racchiusi in quel "pregiatissimi". Parla di un Pd senza gli attributi Enzo Del Vecchio e punta il dito contro le indagini, «lente e persecutorie», dribblando i consigli di chi gli diceva statti zitto sennò ti si ritorce contro, infischiandosene delle rampogne sugli onorevoli che stanno a Roma e che dell'Abruzzo se ne fregano. Scrive una lettera aperta che denuncia il «silenzio tombale» del partito, un silenzio rotto subito dopo l'arresto e la scarcerazione del sindaco soltanto da Violante, l'unico a sottolineare «l'insussistenza delle ragioni dell'arresto», ma immediatamente corretto dalla condanna di tutto il partito per le dimissioni ritirate e sostituite con l'impedimento. Da quel momento non vola più una mosca sui soffitti pescaresi, i parlamentari zitti, il partito assente, «si è levata altissima l'abiura, muoia D'Alfonso con tutti i suoi amici pescaresi» e non fa niente che il ritiro delle dimissioni sia stato preventivamente sottoposto dal legale dell'ex sindaco a Brutti, Marini e Legnini, non fa niente che tutti e tre avessero detto certo, si può fare.
E' un'accusa amara quella che Del Vecchio fa ai vecchi ciambellani della corte dalfonsiana, «possibile che si sia pronti a rivendicare amicizia e comunanza politica con il personaggio del momento, e per molti anni D'Alfonso è stato corteggiato e lusingato per le sue straordinarie doti politiche e amministrative, ma con altrettanta velocità si è pronti ad abbandonarlo al proprio destino al primo momento di difficoltà?», per poi arrivare a un giudizio implacabile sia pure ammorbidito dal punto interrogativo, «qual è la politica che deve essere riformata: quella umana che sostiene i soggetti sia nel momento della notorietà che in quello della difficoltà, o quella gretta e meschina fatta da uomini che pensano solo al proprio interesse mascherandolo dietro quello superiore del partito?».
Del Vecchio si appella ai parlamentari perchè intervengano subito «per sollecitare i tempi certi della giustizia», scrive nelle stanze del Comune rivoltate come calzini dagli agenti della polizia giudiziaria, che quella della procura è «un'azione ingiusta e persecutoria e che di fatto ha posto sotto sequestro ogni atto di questa amministrazione, si è buttata la rete a strascico e si è atteso che qualcosa venisse raccolto». Racconta delle indagini sull'appalto delle aree di risulta Del Vecchio, «tutto perfettamente in linea con l'immediata posizione assunta dal segretario provinciale di An che rivendica come la magistratura abbia raccolto le denunce dell'opposizione comunale che in più occasioni aveva sollevato dubbi sulla procedura di gara».
Non ha paura il consigliere Del Vecchio, la sua è una performance da pugile ma il suo rivale è morto, già al tappeto. Attento a non fiatare, ben rintanato nei corridoi romani. Lui tenta di schiodarli dal loro torpore, fa vibrare le corde della dignità, della riconoscenza, dell'amicizia, del dovere, della politica: «Onorevoli parlamentari, se posso rischiare io senza immunità di essere coerente con l'impegno civico assunto con i cittadini, provate ad esserlo voi». Li invita a chiedere a gran voce alla magistratura «di fare il proprio dovere, senza perdite di tempo» e a confermare all'attuale classe politica pescarese la loro vicinanza, «per quanto finora fatto e per tutto quello che potranno ancora fare. Magistratura permettendo».


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