IL CASO Lolli: «Ma niente accuse ai pm»
PESCARA. Enzo Del Vecchio accusa i parlamentari abruzzesi di colpevoli silenzi sul caso D'Alfonso. In qualche caso di irriconoscenza nei confronti del sindaco di Pescara travolto dagli scandali giudiziari. Consigliere comunale del Pd, ex portavoce di D'Alfonso, Del Vecchio ne fa un caso nazionale: «Ho atteso a lungo che la coscienza politica degli eletti abruzzesi al Parlamento spendesse una sola parola riguardo alle vicende giudiziarie che hanno investito il Comune e il suo sindaco D'Alfonso. Invece, silenzio. Tombale direi, se non fosse stato per qualche sussulto straniero, vedi dichiarazioni di Cacciari, Violante o Mancino».
La reazione, soprattutto tra i parlamentari del Pd, non si fa attendere. Per Lanfranco Tenaglia, responsabile giustizia del Pd, la lettera aperta di Del Vecchio «è espressione di uno stato d'animo comprensibile e va interpretata quale contributo allo sforzo diretto a superare la difficile situazione politica e amministrativa che la città di Pescara e in particolare il Partito democratico attraversano». Tenaglia ricorda che «il Pd, sin dalle primo manifestarsi della vicenda giudiziaria, come sempre fatto di fronte ad inchieste della magistratura, non è stato silente e ha espresso solidarietà al sindaco D'Alfonso, auspicando che egli venisse messo in grado di dimostrare rapidamente in sede giudiziaria la sua estraneità ai fatti, e manifestato fiducia nell'operato della magistratura, pur esprimendo una ferma e legittima critica dei provvedimenti giudiziari ritenuti incomprensibili o contraddittori. La coerenza del Pd», aggiunge l'ex ministro ombra alla Giustizia, «è testimoniata da qualsiasi rassegna stampa si consulti e dalle dichiarazioni fatte dai suoi esponenti in tutte le sedi possibili e non può essere revocata in dubbio dalle accuse, peraltro sporadiche e pelose, venute da alcuni organi di stampa, secondo i quali il Pd avrebbe avuto nella vicenda D'Alfonso un atteggiamento di maggiore vicinanza al sindaco rispetto ad altri casi simili. Siamo da sempre convinti», continua Tenaglia, «che un corretto rapporto tra magistratura e politica richieda, da un lato, il massimo rispetto per la doverosa azione di controllo della legalità che la magistratura svolge e, dall'altro, che essa venga effettuata in tempi celeri, con il rispetto delle regole e della dignità delle persone coinvolte, e che venga anche criticata quando necessario. Ma senza che ciò scivoli nella critica scomposta, nella denigrazione e nella denuncia di complotti non provati né provabili».
Vittoria D'Incecco, deputato e assessore della precedente e dell'attuale giunta D'Alfonso, l'ha presa malissimo: «Sono davvero dispiaciuta per la lettera di Del Vecchio. Per quel che mi riguarda non ho mai smesso di esprimere la mia solidarietà e amicizia a Luciano D'Alfonso. Sono sicura della sua estraneità ai fatti che gli vengono contestati e che saprà dimostrarlo. Ma di più, francamente, cosa avremmo dovuto fare in una fase nella quale la magistratura sta ancora indagando?».
Anche il deputato Giovanni Lolli, ex sottosegretario nel governo Prodi, contesta l'approccio critico della lettera di Del Vecchio: «In tutto questo periodo ho già avuto modo di esprimere la totale solodarietà a Luciano D'Alfonso. L'augurio è che l'indagine che lo riguarda possa chiudersi nel più breve tempo possibile, ma io non me la sento di dare addosso alla magistratura, né ho elementi per la parlare di persecuzione. Non l'ho mai fatto, ed è una questione di metodo. Altra cosa è ribadire l'amicizia per D'Alfonso, anzi ringrazio chi mi ha dato l'occasione per farlo».
L'aquilano Giulio Petrilli, responsabile provinciale Pd del dipartimento diritti e garanzie, prende spunto dalla lettera di Del Vecchio per dire la sua sul tema della giustizia accusando tra l'altro il centrodestra di «scarsa coerenza». L'esempio di Pescara sarebbe lungimirante: «Manifestazioni pubbliche per le dimissioni sono state organizzate da quei partiti del Polo che fanno i garantisti solo quando le inchieste giudiziarie riguardano loro». Ma a detta di Petrilli il caso sollevato da Del Vecchio «mette a nudo un problema serio che attraversa non solo il Pd ma un po' tutto il centrosinistra, quello di saper rispettare il diritto all'innocenza fino alla sentenza definitiva: molto spesso un semplice avviso di garanzia diventa una condanna, figuriamoci se poi si emettono provvedimenti restrittivi».