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Data: 07/03/2009
Testata giornalistica: Il Centro
Donne in pensione a 65 anni Avanti, ma con gradualità. Il ministro ricorda: un'ipotesi valida solo nel settore pubblico

ROMA. Donne del settore pubblico in pensione a 65 anni di età: ne ha parlato ieri il consiglio dei ministri, obbligato a discutere una decisione della Corte di giustizia europea, senza affrontare il problema di una riforma generale del sistema. «C'è una richiesta dell'Ue - ha precisato Silvio Berlusconi - e noi stiamo vedendo come rispondere».
«Questo per far sì che non ci sia una procedura d'infrazione da parte dell'Unione europea contro l'Italia».
Il ministro Maurizio Sacconi ha precisato che «è una sentenza che ci obbliga, ma per il resto, in questa stagione di grande crisi sociale, non si può aggiungere insicurezza a insicurezza».
Sta il fatto che esperti ed esponenti di tutti i partiti hanno drizzato le orecchie, per capire in che misura la sentenza europea può incidere sulla riforma del sistema. Ne è investito il Senato, che da mercoledì ha all'ordine del giorno una delega al governo sulla pensione delle donne del pubblico impiego. Tra un centinaio di emendamenti, ci sono due proposte di modifica: una prevede gradualità, prima di arrivare a 65 anni per le donne del pubblico impiego; un'altra chiede contenuti meno definiti per consentire uno spazio di confronto con i sindacati.
Durante la riunione di governo, c'è stata una raccomandazione di Sacconi: precisare in ogni sede che l'intervento riguarderà solo il settore pubblico, non quello privato. Per la riforma generale del sistema non c'è ancora una bozza pronta per la discussione. Pierluigi Bersani, insistendo sull'urgenza di un assegno di disoccupazione proposto dal Pd, ha detto che per l'attuazione di questa proposta non serve una riforma delle pensioni perché essa «potrà avvenire da qui a due anni».
Ma, come si é visto, il problema del governo e della maggioranza è quello di far fronte a una richiesta europea, che sembra destinata a produrre inquietudine nella maggioranza.
L'ex deputata del Pdl, Ombretta Colli, approvò a suo tempo la proposta del ministro Brunetta di far lavorare le donne fino a 65 anni. Ora le piace che «questa eventualità sembri divenire più concreta». Se le donne sono trattate e pagate come gli uomini - dice l'assessore regionale emiliana Maria Giuseppina Muzzarelli - l'età di 65 anni «è equa». Ma bisogna anche tener conto di una situazione «variegata, complessa e sfumata».
Il leghista Alberto Torazzi dice che l'idea dei 65 anni è «allo studio». Ma la preferenza è per una «opzione volontaria», da parte delle donne. Il problema è la compatibilità di ogni opzione con le norme europee. Gianni Pagliarini, Pdci, se la prende col governo, che «prevede il peggioramento previdenziale delle donne».
Sull'onda della riforma pensionistica, Francesco Boccia, pd, chiede una revisione dei vitalizi parlamentari.

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