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Pescara, 28/04/2026
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Data: 14/03/2009
Testata giornalistica: Il Centro
D'Alfonso sotto inchiesta anche per il calice. Il pm Pompa ipotizza l'abuso e il falso. Indagati anche Dezio, Leombroni e Cirone

Nel mirino l'iter per realizzare l'opera. Gli inquirenti non escludono la corruzione

PESCARA. L'opera destinata a diventare simbolo della città provoca invece l'ennesima iscrizione sul registro degli indagati di Luciano D'Alfonso. E' la quarta volta che accade. Stavolta è il pm Paolo Pompa a mettere sotto inchiesta il sindaco per reati che vanno dall'abuso al falso.
Lo «Huge Wine Glass» imploso trascina nell'indagine, a vario titolo, anche gli ex dirigenti comunali Giampiero Leombroni e Vincenzo Cirone, e l'ex dirigente dell'ufficio provveditorato e patrimonio Guido Dezio. Nel mirino, l'iter per la realizzazione del monumento a piazza Salotto, costato un milione più Iva, sul quale secondo la procura si sarebbero verificate delle anomalie.
Il falso è relativo alla delibera con cui l'architetto Toyo Ito è stato saldato dal Comune per «comunicazioni istituzionali». E' su quest'ultima formula che gli inquirenti nutrono forti perplessità: che tipo di comunicazioni istituzionali avrebbe mai dovuto fare l'architetto giapponese?
Da nessuna testimonianza, nessun conto, nessuna carta è saltata fuori, invece, la prova di una possibile corruzione, che la procura non esclude ma di cui non c'è alcuna traccia finora, tantomeno nel rapporto che la squadra mobile ha consegnato due giorni fa al magistrato.
In base a quanto previsto dal protocollo d'intesa tra Comune, Caripe, Lafarge e Clax Italia, a quest'ultima dovevano essere corrisposti 250 mila euro da Banca Caripe e 840 mila euro dalla società Lafarge Adriasebina, titolare del cementificio. Del pagamento effettuato dalla Lafarge c'è traccia anche nei documenti: in particolare, in una lettera inviata dal sindaco alla società il 9 maggio 2007, D'Alfonso chiede che la Lafarge corrisponda a Clax Italia 7 annualità del canone annuo di 120 mila euro dovuto sulla base del protocollo d'intesa siglato il giorno prima, 8 maggio, con la proprietà dell'impianto di via Raiale.
Il totale è 840.000 euro. In base all'accordo con il Comune, la Lafarge è tenuta a pagare all'amministrazione 120mila euro lordi l'anno per 15 anni «per la realizzazione di iniziative di grande rilevanza sociale, economica, culturale e ambientale». Il 4 giugno 2007, Clax Italia e Lafarge Adriasebina siglano una scrittura privata in cui si chiariscono le modalità di pagamento e si dice tra l'altro, che «Lafarge non acquisterà in alcun modo la proprietà dell'opera». Qualora il protocollo tra Comune e Lafarge dovesse venire meno, i pagamenti sarebbero interrotti senza che Clax Italia «possa pretendere alcunché». Nel 2007, la firma dell'accordo spacca la maggioranza. Per L'Italia dei Valori, il cementificio, di cui denunciano i rischi ambientali, viene autorizzato con l'intesa a rimanere in città per altri 15 anni.
Pochi giorni dopo, il 21 maggio, il consiglio comunale vota quasi all'unanimità un ordine del giorno che sfratta la fabbrica da Pescara: il documento prevede la delocalizzazione dell'impianto e rifiuta ogni forma di contributo del privato «qualora si dovesse rilevare che le erogazioni non erano liberali, bensì destinate a ottenere dall'amministrazione comunale facilitazioni».
La Clax Italia, che si è sempre detta onorata dall'incarico di realizzare l'opera, ha anche applicato uno sconto di 500mila euro. Dov'è il vantaggio personale del sindaco?

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