Donne, crisi e mezzogiorno. Sono stati questi i temi affrontati ieri durante la tavola rotonda organizzata dalla Cgil regionale. Un'occasione per fare il punto della situazione, guardando la realtà con occhi rosa e cercando soluzioni per reagire a questo delicato periodo, con la consapevolezza che la crisi non è neutra.
«Le donne partono svantaggiate - ha spiegato Alessandra Genco, segretaria regionale Cgil Abruzzo -. Lavorano di meno per via di vecchi stereotipi legati soprattutto alla maternità». E i numeri parlano chiaro: l'Abruzzo non è un paese, pardon una regione per donne. Nel lavoro dipendente, le donne sono poco più del 36 per cento, contro il 64 per cento degli uomini. Il tasso di disoccupazione femminile è del 10 per cento, a fronte del 4 per cento maschile. Infine, da tre anni il 70 per cento degli avviamenti è con contratto atipico, in maggioranza part-time, e sono ben 21mila le donne in cerca di occupazione. Numeri che raccontano una realtà sempre più preoccupante, di un'Italia legata ancora al vecchio cliché che vuole la donna angelo del focolare. E la differenza è anche salariale. A parità di lavoro, le impiegate abruzzesi percepiscono circa un terzo dello stipendio degli uomini e i quadri, che sono solo il 22 per cento, meno di 30mila euro l'anno, contro l'80 per cento dei maschi con 50mila euro. «Anche i provvedimenti politici non ci difendono - ha continuato la Genco -. Per questo vogliamo aprire un dialogo con la Regione. Ai nostri rappresentanti chiediamo un accordo fra parti sociali. Servono soluzioni che riportino la donna nel mondo del lavoro». Della stessa opinione anche la docente di diritto del lavoro alla D'Annunzio, Fausta Guarriello, che ha affermato: «Bisogna spostare l'attenzione sulle politiche dei tempi di lavoro e riorganizzarle. Investire nei servizi e nel welfare, settore tipicamente femminile, non può che portare nuovi stimoli all'economia e migliorare la qualità della vita».