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Data: 20/03/2009
Testata giornalistica: Il Centro
D'Alfonso, chiusa l'inchiesta per corruzione. Il pm Varone lo accusa per i project financing sull'area di risulta e i cimiteri

Resta in piedi anche il filone sulla pubblicità istituzionale

PESCARA. Cinquanta faldoni, 15 scatoloni di documenti sequestrati. E venti indagati, la metà di quelli di partenza. Più uno eccellente - Luciano D'Alfonso - accusato di corruzione. Alle 17 di ieri, l'inchiesta base su appalti e tangenti al Comune viene chiusa e depositata in cancelleria proprio mentre gli uffici stanno chiudendo. Il pm Gennaro Varone ha firmato l'avviso di conclusione delle indagini sui filoni riguardanti la pubblicità istituzionale e i lavori pubblici.
E dunque le tranches d'inchiesta relative agli appalti dell'area di risulta e ai cimiteri cittadini. L'impianto accusatorio resta quello presente nell'ordinanza di custodia cautelare, anche se alcune ipotesi di reato sono venute meno, mentre altre se ne sono aggiunte.
In ogni caso, rimane in piedi il reato più grave, la corruzione. Quella, cioè, che il 15 dicembre scorso è costata i domiciliari, revocati alla vigilia di Natale, all'ex leader del Pd. La posizione di alcuni indagati è stata stralciata in parte o totalmente archiviata.
L'AREA DI RISULTA. Secondo la procura, in più occasioni, l'imprenditore Carlo Toto avrebbe pagato i viaggi del sindaco o versato denaro al partito in forma di prestazioni rese al Comune. Inoltre, dice l'accusa, avrebbe pagato anche lo stipendio di quello che la procura ritiene l'autista-factotum di D'Alfonso. L'imprenditore sarebbe stato ricambiato con i presunti favoritismi nel project financing da oltre 50 milioni di euro aggiudicato alla Toto Spa per la gestione dell'area di risulta. Un bando poi annullato dal Comune, anche se per il Consiglio di Stato era corretto nella procedura.
I LAVORI. Sono il cuore dell'accusa. Sono quelli effettuati nella casa del sindaco in via Salita Zanni e in un immobile a Lettomanoppello di proprietà della nonna di D'Alfonso. L'accusa ritiene siano stati effettuati nell'estate 2004 dalla stessa impresa che si aggiudicò il project financing da 18 milioni di euro per la gestione dei due cimiteri cittadini. Tutto ruota intorno alle dichiarazioni del teste chiave dell'accusa, Antonio Ciccarini, l'ex dipendente dell'imprenditore francavillese Massimo De Cesaris, ascoltato una prima volta dalla polizia giudiziaria l'8 settembre scorso e poi risentito il 20 dicembre. Ciccarini la prima volta riempie un verbale che riporta solo la data dei lavori di Lettomanoppello (2005), mentre riguardo a quelli dell'appartamento di Pescara riferisce genericamente che «vennero eseguiti prima che il sindaco vi andasse ad abitare».
Il 20 dicembre, proprio mentre il sindaco si sta difendendo di fronte al gip, Ciccarini viene ascoltato dal pm Varone e precisa che «su per giù i due lavori vennero eseguiti nello stesso periodo...mi sembra di ricordare si sia trattato del 2005. Ricordo che era un periodo caldo dell'anno, qualche volta mi sono recato sul posto (Lettomanoppello) persino in motorino» e che i lavori nell'abitazione pescarese «durarono circa 20 giorni».
SALTO DI UN ANNO. Per l'accusa, Ciccarini si sbaglia di un anno: i lavori risalirebbero al 2004, all'epoca cioè del project financing dei cimiteri affidato alla Fidia, l'Ati costituita da Delta Costruzioni e De Cesaris. Insomma, lavori da 12mila euro in cambio di un appalto milionario. «Non è anomalo», rilevava il gip, «che Ciccarini si confonda nel ricordare l'anno (2005 o 2004, rispetto a dichiarazioni rese nel 2008), mentre sarebbe anomalo ipotizzare un errore di memoria su circostanze concrete, come il fatto che entrambi i lavori furono svolti nello stesso periodo e che si trattava di un periodo caldo».
D'Alfonso colloca invece i lavori a Lettomanoppello nel 2002 e quelli a Pescara nell'ultimo trimestre del 2003. Per il gip, la questione non cambiava: «Quand'anche i lavori di Pescara fossero avvenuti nel tardo autunno 2003, la circostanza, pur rilevante, non sarebbe certamente decisiva ai fini di escludere il nesso di remunerazione con gli appalti dei cimiteri, visto che l'impresa di De Cesaris era già interessata avendo partecipato alla prima gara». Per il gip, insomma, «le dichiarazioni di D'Alfonso, a differenza di quelle dell'informatore, sono evidentemente sostenute da un interesse personale». Anche se la forbice tra costo dei lavori ed entità dell'appalto, resta incolmabile.
IL CERIMONIERE. C'è poi il capitolo relativo alla pubblicità istituzionale. D'Alfonso avrebbe fatto «apparire il conferimento» a un funzionario comunale «dell'incarico di promuovere pubblicità istituzionale per il completamento dei lavori di piazza Duca degli Abruzzi al costo di 3.600 euro».
Invece, lo stesso funzionario, non indagato, «su espresso incarico del D'Alfonso, aveva operato in qualità di cerimoniere personale a spese dell'amministrazione». Inoltre, il sindaco avrebbe «indotto la tipografia Brandolini a lavorare senza retribuzione per la Margherita, prospettando che, in caso di resistenze, i rapporti con il Comune si sarebbero guastati».

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