I fondi per la bonifica della discarica abusiva di rifiuti tossici di Bussi, la più grande d'Europa, sono spariti. L'allarme viene dal dipartimento ambiente, territorio, salute e sicurezza della Cgil. Allarme e, allo stesso tempo, denuncia di una situazione che si fa sempre più drammatica. «I tre miliardi di euro per la bonifica dei siti industriali inquinati, stabiliti con delibera Cipe 166 del 21 dicembre 2007, nell'ambito del quadro strategico nazionale 2007-2013 attraverso un progetto strategico speciale a valere sul fondo Fas - scrivono Mimì D'Aurora e Paolo Castellucci - non esistono più. Persino i residui 1100 milioni di euro rimasti dopo gli interventi del ministro dell'economia, con delibera Cipe del 6 marzo scorso, sono stati interamente allocati nel fantomatico fondo strategico per il paese nella disponibilità della presidente del consiglio». Per Bussi, da luglio scorso riconosciuto Sito di bonifica di interesse nazionale, nemmeno un centesimo dai fondi Fas, dirottati tutti oltre il fiume Tronto. Ma la beffa va anche oltre.
«Ci sono solo 50 milioni di euro - continuano D'Aurora e Castellucci - che saranno autorizzati per la spesa, con decreto da emanare entro una decina di giorni, per la bonifica dei siti immediatamente operativi. Ne sono stati individuati solo tre: Fidenza (4 milioni di euro), Massamortara (2,5 milioni) e Ravenna con 23 milioni, mentre i rimanenti 20,5 milioni andranno alle spese di assistenza tecnica. Se aggiungiamo che 500 mila euro del ministero e 1,5 milioni di euro della protezione civile, assegnati al Commissario Goio, non hanno dato ancora avvio alla messa in sicurezza d'emergenza del sito, possiamo avere un quadro della drammaticità della situazione». Gravissimo, secondo il sindaco di Bussi Chella e il presidente della Provincia Giuseppe de Dominicis: «La decisione di azzerare i fondi messi a suo tempo a disposizione dal governo Prodi oltre a preoccupare sul fronte della sicurezza dei cittadini, getta una luce sinistra anche sui progetti di reindustrialzizazione dell'area».
Il governo si chiama fuori dalla soluzione dell'emergenza e la Montedison, alla quale il commissario Adriano Goio ha imposto con decreto la messa in sicurezza del sito inquinato, contesta davanti al Tar del Lazio la responsabilità del disastro ambientale. A due anni esatti dal sequestro delle discariche, l'unica certezza è che il 9 luglio i 30 imputati del disastro e del conseguente inquinamento dell'acquedotto del Giardino, tutti vertici e tecnici di Montedison, Aca e Ato dovranno comparire davanti al gup Luca De Ninis. I veleni, intanto, restano dove sono, nascosti alla vista. E lontani dall'acquedotto del Giardino, che dopo la scoperta della discarica di Bussi e dei veleni nei pozzi di Castiglione è stato potenziato con il campo pozzi del Tirino, in fase di ultimazione. «Ognuno conosce - ricorda la Cgil - quale micidiale pericolo costituisca per la salute della Val Pescara il permanere di una discarica che continua ad inquinare le falde acquifere ed il fiume Pescara. Gli interventi di bonifica, oltre a restituire pezzi di territorio a nuovi insediamenti produttivi ed evitare danni alla salute, possono essere un moltiplicatore di possibilità occupazionali. E l'area di Bussi ne ha un grande bisogno».
Di bonifica hanno un gran bisogno anche a Piano D'Orta, dove, a seguito della scoperta, sempre nel 2007, dell'arsenico nelle falde dell'area ex Montecatini, è nato un comitato cittadino che oggi terrà la sua prima assemblea pubblica. All'ordine del giorno proprio la bonifica dell'area inserita nel Sito di bonifica nazionale. Inserita e dimenticata, come Bussi. Alle fabbriche "gemelle", che hanno scritto la storia della chimica, restano oggi solo i veleni.