Un sabato mattina tra il caffè al bar e il ponte del mare
PESCARA. Un cappuccino con gli amici al Caffè Greco, davanti al porto turistico. Una breve passeggiata sulla riviera Sud fino al cantiere del ponte del mare, dove gli operai continuano a lavorare incessantemente sotto lo sguardo vigile di pensionati e marinai. Giaccone in pelle color ocra, pantaloni sportivi, borsa in cuoio a tracolla: in città si rivede il sindaco Luciano D'Alfonso, messo fuori gioco dalle inchieste giudiziarie sull'attività del Comune. I pm della Procura gli contestano di tutto.
Associazione per delinquere, concussione, corruzione. Questioni grandi e piccole: dall'appalto da 60 milioni di euro delle aree di risulta, ai cartelloni pubblicitari impiantati su un'aiuola pubblica per ottenerne un ritorno d'immagine, al computer regalato da una dipendente della Asl che si era rivolta al sindaco per ottenere un trasferimento di reparto (omaggio che sarebbe stato ricambiato da D'Alfonso con una presentosa).
Dal 14 dicembre scorso il sindaco è fuori dall'attività politico-amministrativa e fra pochi giorni tornerà al suo lavoro di dirigente dell'Anas in una sede del Molise, in attesa che l'inchiesta giudiziaria completi il suo iter. Era in aspettativa dal 2000, quando diventò consigliere regionale. Il tentativo di abbordaggio del cronista va subito a vuoto: «Mi dispiace, niente interviste, niente dichiarazioni. Il mio avvocato mi ha detto che devo rendermi invisibile».
Il sindaco saluta con un gesto della mano e prosegue per la sua strada. Ha accanto una persona, un giovane avvocato, ma dopo pochi metri attorno a D'Alfonso si forma un gruppetto sempre più numeroso. Non resta che seguire a distanza. La passeggiata sulla Riviera Sud, fresca di arredo urbano, è interrotta da qualche automobilista che rallenta la marcia, accosta al marciapiede e saluta dall'abitacolo. Si scorge la mano del professor Marcello Russo, noto amministrativista. All'altezza del distributore di benzina, anche Peppe De Cecco, uno dei nuovi patron del Pescara calcio, scende dall'auto per un saluto. Il gruppetto è in prossimità del ponte del mare. D'Alfonso alza la testa. «Se potesse» dice un amico ridendo «si sdraierebbe lui tra i due bracci del ponte per completarlo».
In prossimità del cantiere la gente si avvicina. «Pescara è qui» dice il sindaco, suggerendo indirettamente uno slogan per la campagna elettorale che lui vivrà per la prima volta da spettatore. La passeggiata prosegue tra le case popolare di via Thaon de Ravel. Un signora esce di casa in vestaglia per abbracciare D'Alfonso: «Sei sempre il mio sindaco». Altri si sbracciano dalla finestra dei piani superiori per richiamare l'attezione. Un amico sorride e fa notare: «E' amato soprattutto dalle signore, come Berlusconi. Dopotutto sono entrambi due grandi comunicatori».
Ma come sta vivendo Luciano D'Alfonso la sua quotidianità dopo essersi congedato dall'attività amministrativa con un certificato medico che dichiarava il suo «impedimento permanete» a svolgere l'attività di sindaco?
«Sta approfondendo i temi del Diritto canonico», confida un amico, «legge molto. E' stato incuriosito anche da uno studio sul Diritto ebraico, prima della nascita dello stato di Isreale, che si basava sul rispetto delle regole senza il ricorso all'autorità, perché questo era insito in quel modello culturale di società. Non è escluso che decida di prendere la laurea in giurisprudenza. E sarebbe la terza dopo quella in economia e scienze politiche. Forse scriverà un libro autobiografico». Intanto D'Alfonso continua a difendersi dalle inchieste restando sempre a stretto contatto con il suo avvocato, Giuliano Milia. «Ha avuto offerte importanti di candidature alle Europee, sia dal Pd che da altri partiti, ma ha detto di no. Per il momento la sua unica preoccupazione è quella di uscire in fretta dalla vicenda giudiziaria che lo ha coinvolto e dimostrare la sua estraneità ai fatti contestati dalla Procura». Con gli amici del Pd non sono proprio rose e fiori. Da Roma un giorno arriva una telefonata: «Faresti bene a dimetterti». Dall'altra parte del telefono c'è il segretario nazionale Walter Veltroni. Il tono non è imperativo, ma il suggerimento è lo stesso formulato qualche giorno prima da Franco Marini. D'Alfonso decide però di fare di testa sua. «L'arrivo del commissario», confida ai suoi fedelissimi, «potrebbe portare allo stop di molte opere», compresa la creatura a cui il sindaco tiene di più, il ponte del mare. Così il sindaco tira fuori dal cilindro quel colpo a sorpresa: non mi dimetto, ma a causa dello stress accumulato sono costretto ad allontanarmi dall'attività amministrativa. Una mossa che lascia in carica giunta e consiglio comunale fino al voto di giugno. Da quel momento i rapporti con il Pd nazionale si raffreddano. D'Alfonso lascia la carica di segretario regionale, i parlamentari abruzzesi si lasciano andare solo a qualche dichiarazione di circostanza, ma l'impressione è che il divorzio sia nei fatti. Prima dell'autunno del 2010, in ogni caso, sarà molto difficile che Luciano D'Alfonso riesca a chiudere i suoi conti in sospeso con la giustizia. E potrebbe essere una eternità per i tempi della politica.