La prospettiva della bancarotta del settore automobilistico americano segna una volta per tutte la fine di un'epoca. Quella in cui la mobilità privata, sostenuta a spese dei contribuenti con le varie rottamazioni, ha dettato le linee dello sviluppo. Si sono costruite molte più autostrade che linee ferroviarie, per dirne una. E si è arrivato al paradosso che un Paese come il nostro, una penisola, trasporti la stragrande maggioranza delle sue merci sui tir invece di sfruttare i corridoi marittimi. D'altronde il Novecento è stato il secolo il cui si diceva che quello che andava bene per la General Motors o per la Ford andava bene per l'America. Quindi non bisogna stupirsi se insieme alla Coca Cola abbiamo importato l'adagio adattandolo alla nostra Fiat. Che oggi viene addirittura chiamata da Obama a fare il cavaliere bianco per gli ex giganti Usa. Verrebbe da ridere se non fosse tragico. Grazie alla crisi, è venuto fuori quello che sapevano tutti: un settore che per avere efficienza economica deve produrre centinaia di migliaia di automobili al giorno è di per sé malato. Perché a cascata deve venderle, e non ci può essere, nel lungo periodo, una domanda capace di sostenere questa ipercapacità produttiva. Anche perché le auto costano, e neanche poco. Conclusione: si devono produrre meno auto e possibilmente più economiche. Pare facile. Smontare un cinquantennio di cattive abitudini richiederà grossi sacrifici e uno sforzo di fantasia. Intanto per sostituire la fetta di Pil che viene a mancare con un'altra. E poiché la gente deve comunque spostarsi, non può che essere la mobilità pubblica il naturale succedaneo di quella privata. Purché ci si pensi, però.