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Pescara, 28/04/2026
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Data: 07/04/2009
Testata giornalistica: Il Centro
TERREMOTO IN ABRUZZO - L'ospedale nel parcheggio. San Salvatore inagibile, scampati e parenti delle vittime all'aperto. Muri esplosi, impianti e condotte divelti San Salvatore evacuato

L'AQUILA. Per tutto il giorno è stato il crocevia di migliaia di pellegrinaggi, il luogo dove la speranza tante volte ha trovato asilo, altre ha dato il cambio alla disperazione. Ma per tanti è stato solo stazione di momentaneo sollievo, prima del viaggio verso altri ospedali. Perché tra muri sventrati, pilastri piegati, impianti sqarciati, il San Salvatore si è presto arreso al terremoto.
A guardarlo, quasi sdraiato sul colle, nella sua rassicurante maestosità, pare meta naturale del pellegrinaggio degli scampati alla furia assassina della terra.
Emergenza bis. Invece, gigante dai piedi d'argilla, l'ospedale è stato ridotto quasi a testimone della tragedia, poco potendo offrire, oltre la generosità infaticabile dei suoi operatori, per lenire i traumi dei feriti. «Quasi il 90% è inagibile, tramezzature scoppiate, impianti divelti, le condotte che portano ossigeno e gas medicali danneggiate», elenca il direttore generale Roberto Marzetti al telefono con un dirigente della protezione civile, «abbiamo 8 sale operatorie su 9 fuori uso, dobbiamo dirottare altrove i casi seri». Ma com'è possibile che una struttura così recente non abbia retto? «Ma che cazzo ne so di come l'hanno fatto!», sbotta il manager, sfogando la rabbia dell'impotenza, «sono venuto qui per gestire l'emergenza territoriale, mi ritrovo a disporre l'evecuazione».
Il profugo Eppure la rabbia triste del direttore generale sbiadisce di fronte alle mille piccole grandi tragedie umane che si consumano tra parcheggi-corsie, chiesa piena di lettini e barelle, l'accettazione a raccogliere salme, non più ospitabili nell'obitorio semicrollato. Accovacciato su un cordolo accanto alla chiesa c'è Karim, 19enne afgano, giunto senza documenti in Italia due anni fa per scappare dalla guerra che gli ha rubato la famiglia e svegliatosi tra i calcinacci dopo essersi addormentato insieme a un amico di cui non sa più nulla. «Non so, la casa sembrava esplodere, urla, polvere, calcinacci, non visto più nulla», racconta, «solo il dottore che mi medicava...».
Le bambine. A pochi passi, un foglietto sul petto con reparto e numero di cartella clinica, Natalina, 73 anni, chiede notizie del fratello e della sua casa vicino a San Berardino. Non vorrebbe allontanarsi dall'Aquila «mio fratello potrebbe avere bisogno», dice, «e chissà cosa è successo alla casa». Arriva l'ambulanza, la prendono. Ad Avezzano dovranno sistemare quella spalla che lei pare neanche sapere di essersi rotta. Sotto la pensilina una dottoressa parla animatamente al telefono. «Ci serve un posto a Teramo per una bambina che ha bisogno di esami urgenti, ha fatto un'eco ma va monitorata. Fra mezz'ora? Sì, ma non più tardi», chiude tirando un sospiro di sollievo. Ma appena si gira c'è un'altra barella, un'altra urgenza. Più in là, Cristina, 3 anni, moldava, piange, ha un polso rotto e un ematoma in testa, chiede della mamma e della sorellina gemella. Due amici di famiglia cercano di tranquillizzarla. Ma le lacrime tradiscono una verità che la piccola intuisce pur forse senza capirla.
Il punto. Alle 13,30, Rosario Fiorenzo, delegato del capo della Protezione civile prova a fare il punto. La selezione dei feriti nei posti medici avanzati, in città e nelle contrade, pare funzioni. «Il territorio ha risposto bene, anche le altre strutture ospedaliere», commenta, «certo l'inagibilità del San Salvatore aggiunge emergenza a emergenza ma il sistema tiene. Da Ancona è in arrivo un ospedale da campo che farà da vicario a questo, un altro sarà montano in città». Pochi minuti ed ecco sul piazzale la colonna delle ambulanze della Regione Campania, che subito iniziano la spola con Avezzano e Pescara.
Scorte e turni . Tra auto in sosta e aiuole, decine di barelle e materassi buttati a terra a mo' di lettini improvvisati, è tutto un frenetico via vai di infermieri e medici. Verso pranzo è emergenza acqua: finite le scorte dei reparti e le prime forniture di emergenza. Il direttore amministrativo e il manager chiamano la protezione civile. Dopo un po' arriva un camion dei vigili e un carico di bottiglie requisite in zona. Intanto Paola, dottoressa di rianimazione, riceve una telefonata. «Sì sono qui, tutto a posto», dice. E poi si gira verso un collega e guarda l'orologio, sono le 14 passate: «Era casa, m'hanno vista uscire stanotte in pigiama e non li avevo avvisati che stavo qui». Poco oltre, Domenico, infermiere, in servizio dalla sera di domenica, avverte la famiglia, una della migliaia rimaste senza tetto: «Non so quando avrò il cambio, se ci sarà un cambio. Andate». E poi rivolto alla dottoressa: «Vanno alla casa a mare di alcuni amici. Almeno loro riposeranno».
Gli amici. Il tempo passa, vferso le 16 i viali interni dell'ospedale paiono più sgomberi. Quasi tutti i casi più gravi sono stati trasferiti. Dal pronto soccorso esce una sedia a rotelle. Pancrazio universitario a ingegneria, stringe in mano le radiografie appena fatte. Ha il volto e corpo semisfigurati da graffi e traumi eppure abbozza quasi un sorriso. «Ero al quarto piano della casa dello studente, mi sono messo a letto tardi, insieme al mio compagno. Poi è stato l'inferno, mi sono sentito precipitare». Non sa neanche dopo quando è stato estratto. Ricorda voci, rumori, urla. «Avevamo già la testa alle vacanze pasquali», dice, «Però stiamo qui, siamo fortunati». Usa il plurale. Come se parlasse anche per il compagno. Abbozza un altro sorriso. Dal corridoio sbucano una ragazza e un uomo che al vederlo esplodono in lacrime. «Non ce l'ha fatta, non ce l'ha fatta», singhiozza Marianna, abbracciandolo. E l'uomo l'interroga incredulo, sconvolto: «Com'è possibile, eravate uno accanto all'altro. Com'è possibile?». Gli occhi di Pancrazio si riempiono di lacrime. Arriva un'infermiera. «Deve riposare», dice, «lasciatelo tranquillo». La sedia si allontana sotto la pensilina, portandosi quello sguardo triste, incredulo. Come di uno che vuole scusarsi col padre dell'amico pescarese Alessio per essersi salvato.

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