L'AQUILA - Coppito, capitale morale e politica dell'Italia. Morale perchè questo popolo che accarezza e bagna le bare, le bacia e le copre di fiori, dà una prova straordinaria di dignità e di compostezza, di sobrietà nel dolore infinito e di voglia di ricominciare. E perchè è impensabile - per gente come loro, abituata alla fatica e con il senso della posterità - che la storia possa fermarsi. Ma Coppito, ovvero questo piazzale in cui si piange e si spera, assume anche le dimensioni e il significato di capitale politica, non per la presenza delle autorità in quell'angolo alla sinistra dell'altare dove siede anche il presidente Napolitano, ma per come gli si rivolgono gli abruzzesi. «Noi ci fidiamo di voi» - dicono a Berlusconi e agli altri, di governo e di opposizione - ma non abbandonateci». Altro che anti-politica, da qui viene la richiesta di più politica, cioè di più buona politica. E in questo, anche in questo, l'Italia intera è con gli abruzzesi e si sente rappresentata da Coppito dove Rosy Bindi prega, Franceschini e Berlusconi si stringono la mano e la politica prova a proporsi come consolatrice e insieme come tentativo di risoluzione dei problemi. Nessun trascinamento stanco dei vecchi stereotipi e la ripetizione di rancide dispute ideologiche.
Intanto, davanti alla cassa in cui riposa una donna, Delia Fasello, il marito ha un attimo di debolezza: «E' tutto finito, ricordiamocelo». Ma un parente gli dice che no, non è vero: «La nostra città risorgerà, e te lo dico io che l'altra notte ho perso una moglie e due figli». E si avvicina un altro e dice la stessa cosa: «Avremo la forza di risorgere». E un altro ancora, e un altro e un altro, fino a un giovane universitario che ha perso un compagno nel crollo della casa dello studente: «Ogni mattone, ogni marciapiede o muro o caminetto che avevamo apparteneva alla posterità. E prima o poi glielo ridaremo». Il futuro riappare, almeno come idea, ma ovviamente non è facile per tutti immaginarlo.
Un ragazzo, Alberto, fisico massiccio, 30 anni, operaio, ha perduto la mamma, una sorella e il lavoro e gli è restata soltanto una briciola di calcinaccio. Se l'è portata al funerale, la estrae dalla tasca. La mostra, alzando le mani in cui sta stringendo fortissimamente quel frammento di pietra, mentre passa fra la folla (ogni tanto strusciandosi il fazzoletto sugli occhi arrossati) il premier. E rivolto a Berlusconi, così grida quel ragazzo: «Presidente, guardi qui». Gli fa vedere il piccolo resto della sua casa finita in polvere e che alla polvere vorrebbe chiedere se è disposta a restituirgliela. Ma siccome non si può, è nella politica che ripone la speranza questo popolo. E Berlusconi ripete non una volta, ma cento o di più, davanti a ogni guancia che accarezza (le sue mani sono bagnate di lacrime e poi rosse), al cospetto di qualsiasi anziana che gli si aggrappa, a quelli che lo invocano «Silvio» o «Presidente» (e non hanno il volume encomiastico dei fan ma il tono medio di gente di montagna che vuole concretezza), il suo imperativo morale: «Non vi lasceremo mai soli, lo giuro su queste bare».
In questa Coppito capitale morale e capitale politica, oggi le persone sono curvate dal dolore ma dritte dentro. Guardano in cielo e guardano verso terra. Trema ancora una volta? Arriva la notizia che sono stati trovati altri cadaveri. Ma vanno ancora riconosciuti e non possono essere aggiunti ai corpi senza vita che giacciono sul piazzale. Le esequie vanno avanti. Appena finiscono, e Berlusconi, Bertolaso e i ministri si precipitano dentro la caserma per cominciare una riunione tecnica, dal piazzale vengono seguiti con sguardi di speranza da parte dei vivi e dei sopravvissuti ancora fermi vicino alle bare e vogliosi di non lasciarle andare via. Chi è incerottato, chi ha il braccio al collo, chi ha una frattura alla gamba, chi ha la fronte attraversata da un taglio. Come questo papà che poggia un modellino di motocicletta sulla bara bianca del figlioletto di tre anni, Andrea Esposito, piazzata sopra quella della madre. Il signore avvicina la fronte ferita alla cassa, che resta macchiata di gocce di sangue. O ecco, più in là, un omone baffuto. Chiama Berlusconi nella folla, e gli dice: «Le vorrei far conoscere una persona». Il premier si avvicina e la persona è una bambina sui dieci anni. «Ha perso madre, padre e due sorelle», dice quell'uomo. E Berlusconi non riesce a proferire parola, poi qualcuna gli esce mentre accarezza la bimba che ha lo sguardo perso nel nulla: «Ti manderò dei giochi. O preferisci una tartaruga? O un uccellino?». L'uomo, probabilmente uno zio: «Ha perso pure il cane».
L'intreccio fra la morale e la politica, in questa giornata di Coppito, sta nel triplo sentimento che accomuna questo popolo e il suo Stato: ripartire insieme, ripartire dal dolore e ripartire dalla ricostruzione. Una donna s'avvicina al reparto dove siedono i politici nel piazzale, e anche lei parla di «fiducia» (la parola chiave). «Noi abbiamo fiducia, ma spesso è stata tradita dai politici. Stavolta no. E' vero?». «Ve lo assicuro», dice Berlusconi. «Lo dica ancora». «Ve lo assicuro». «Di nuovo». «Ve lo assicuro». Chiede protezione questa gente. Crede nelle autorità e verrebbe da ridere - se non ci fosse da piangere - a pensare a quante insensatezze sono state dette in questi anni sulla presunta furia anti-casta degli italiani. Di sicuro, su questo piazzale, non ce n'è traccia. Anzi, il sentimento dominante è quello della ricerca di un nuovo rapporto - quasi che il dolore e la morte oltre che tremende traversie possano rivelarsi opportunità - fra Palazzo e società. Ecco poi, fra le tante psicologhe in tuta gialla che s'aggirano in mezzo ai parenti delle vittime, una graziosa terapeuta milanese che ammette: «Perfino a noi, non escono le parole per confortare queste persone». Ma da oggi, specie per il governo, non si tratta più di carezzare l'anima di un popolo ferito e non distrutto, ma di dare risposte alle sue speranze.