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Pescara, 28/04/2026
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Data: 19/04/2009
Testata giornalistica: Il Centro
TERREMOTO IN ABRUZZO - Così è stato ignorato il sisma. Tre mesi di scosse prima dell'ultima del 6 aprile. Gli aquilani avevano paura ma i tecnici dicevano: state tranquilli. E la Stati disse in tv «Non c'è pericolo» Su Tv1 l'intervista con la tragica gaffe

L'AQUILA. L'uomo non ha mai dato nomi ai terremoti. Ai cicloni e agli uragani sì. I terremoti non hanno mai nomi. Vengono indicati con una sigla, con un numero, con il luogo dell'epicentro. Il terremoto è energia che si accumula e che si scarica lungo una linea di faglia. Questo dicono i sismologi. E allora, come fai a dare un nome a un'onda di energia? Come fai a prevedere l'arrivo di una cosa alla quale non riesci neanche a dare un nome? Dalla mattina del 6 aprile, i sismologi continuano a ripetere che i terremoti non si possono prevedere.
È un coro unanime, una tesi che la comunità scientifica internazionale oggi non contesta. Curiosamente però, i sismologi avevano previsto che il terremoto distruttivo del 6 aprile non ci sarebbe stato. Un'asimmetria che può insegnare qualcosa su come si costruiscono le previsioni. Probabilmente se non fossero stati interpellati, i sismologi non avrebbero mai azzardato una previsione così tranquillizzante e sbagliata. Ma in una situazione eccezionale, davanti a una sequenza ininterrotta di scosse che nell'Aquilano si ripeteva costantemente dal 14 dicembre 2008, come si fa a non interpellare i custodi dei terremoti? I sismologi non hanno risposto una cosa del tipo «prevediamo che», hanno risposto invece «i dati statistici ci dicono che», aggiungendo la frase di buonsenso che può dare un prefetto davanti al rischio di disordini: state tranquilli, non succederà nulla, lo sciame sismico di esaurirà.
Le previsioni sembrano più fondate, persino più scientifiche, se si tengono lontane dal catastrofismo. Il terremoto dell'Aquila insegna invece che davanti alle cose a cui non si riesce a dare un nome, bisogna farsi amica la paura.
Le cronache riportate dal Centro delle settimane che hanno preceduto il sisma del 6 aprile, sono l'impressionante testimonianza di un terremoto che nessuno, tra coloro che potevano, ha saputo vedere fino in fondo. È quello che è successo con il terremoto dei mercati finanziari. I fatti erano tutti squadernati sui tavoli degli analisti, ma nessuno aveva la teoria per interpretarli e lanciare l'allarme.
Gli aquilani, invece, avevano provato ad ascoltare la loro paura. Dal 14 dicembre 2008 al 31 marzo 2009 avevano sentito 41 delle 179 scosse registrate dai sismografi in quel territorio. Tra il 30 e il 31 marzo in città di erano avvertite 10 scosse comprese tra i 2,4 e i 4 gradi di magnitudo. Alla 10ª scossa il nostro Giustino Parisse, capo della redazione dell'Aquila, iniziava così una sua cronaca: «Alzi la mano quell'aquilano che da 48 ore non ha cambiato un po' le sue abitudini di vita. Nulla di drammatico, per carità, ma è inutile negare quella sensazione di disagio, quel rigirarsi nel letto cercando di prendere sonno e con un piede fuori dalla coperte, pronto a scappare non si sa dove». Dal 1º aprile al 6 aprile ci sono state altre 9 scosse di magnitudo tra 1,8 e 4,6, prima di quella devastante delle 3,32 del 6 aprile. Nelle stesse ore in cui Parisse raccontava la sua notte, Giampaolo Giuliani, un tecnico del laboratorio di fisica del Gran Sasso che studia per conto suo il comportamento del gas radon in prossimità dei terremoti, telefona al sindaco di Sulmona preannunciando un forte sisma per la domenica successiva. Giuliani viene denunciato per procurato allarme. La protezione civile invita a non dare retta alle voci non ufficiali, ma le scuole dell'Aquila sono state già chiuse dopo che per giorni erano stati distribuiti volantini con i consigli di comportamento in caso di terremoto.
L'arcivescono dell'Aquila Giuseppe Molinari invoca la protezione di Sant'Emidio. Lo psicanalista Vittorio Sconci invita ad evitare scene di panico davanti ai bambini. Su internet ci si scambiano messaggi e impressioni e si lancia anche un toto-sisma. Il sindaco dell'Aquila Massimo Cialente davanti alle prime crepe in alcuni palazzi invia un telegramma alla Protezione civile in cui chiede lo stato di emergenza. Il 31 marzo si riunisce la commissione grandi rischi. Al termine della riunione il vice di Guido Bertolaso, Bernardo De Bernardinis è rassicurante: «La comunità scientifica conferma che non c'è pericolo, perché c'è uno scarico continuo di energia, la situazione è favorevole». Una tesi scientificamente inconfutabile, come ripeterà più volte il responsabile dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia Enzo Boschi, un volto che gli italiani hanno imparato a conoscere dai tempi dei terremoti del Friuli e dell'Irpinia.
Nei giorni che precedono il grande sisma, il Comune decide di istituire un numero verde per le chiamate dei cittadini che hanno subito danni, mentre nelle scuole della provincia vengono fatte alcune esercitazioni di sgombero. «Non vogliamo allarmare nessuno», dichiara il sindaco il 4 aprile, «ma la situazione è sempre sotto osservazione e siamo in contatto con la Protezione civile».
Domenica 5 alle 22,40 una forte scossa allarma gli aquilani. È l'annuncio di quello che accadrà dopo poche ore. Qualcuno abbandona la casa. La città trattiene il fiato. Dopo la grande distruzione e il grande dolore, la polemica si sposta sulla qualità dell'edilizia aquilana. Il dibattito sulla prevedibilità dei terremoti passa in secondo piano. Dieci gorni dopo l'Istituto di geofisica e vulcanologia pubblica un documento in cui, facendo il punto sulla collocazione delle zone sismiche nell'Aquilano mette un punto fermo alla discussione: «Le mappe regionali delle zone sismiche definiscono con chiarezza le aree dove ci si possono aspettare scuotimenti forti (anche da subito); in quanto tali possono e devono essere considerate come strumenti di previsione». Dunque è vero che i terremoti non si possono prevedere, ma è già una previsione il fatto che L'Aquila sia in zona altamente sismica. La nuova L'Aquila dovrà tenerne conto.

Su Tv1 l'intervista con la tragica gaffe

E la Stati disse in tv «Non c'è pericolo»


«Esco da una riunione dove i tecnici della protezione civile mi dicono che queste scosse sono normalmente monitorate. Non c'è alcun pericolo di nessun genere che queste scosse possano portare a un effetto catastrofico. Pensate che anch'io che ho la delega alla protezione civile non dormo in tenda con le mie figlie. Solo il buon Dio sa quello che può succedere».
Così il 23 marzo l'assessore regionale Daniela Stati dichiarò alle telecamere di Tv1 dell'editore Giosafat Capulli. Ma ora che il terremoto ha devastato l'Aquilano causando 302 morti e oltre 20 mila crolli quelle parole appaiono come una tragica gaffe dell'amministrtore regionale.
Tant'è che Tv1 ha cominciato da ieri a ritrasmettere questa intervista dieci volte al giorno e continuerà anche oggi.

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