L'AQUILA - Saranno il primo argine contro i tentacoli delle cosche nel business della ricostruzione, come chiede il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Sono pronte a mettere in campo il massimo della coesione, per raggiungere dimensioni e capacità operative all'altezza del compito. Non girano la testa davanti agli appelli che, dal presidente Napolitano al Papa, sollevano il problema delle case killer: «Chi ha sbagliato deve pagare - dice il presidente abruzzese dei costruttori Gennaro Strever -, è un compito della magistratura ma aggiungo che cacceremo dalle nostre associazioni coloro che saranno riconosciuti colpevoli». Però, alla politica e ai responsabili dell'emergenza i signori del mattone chiedono regole chiare: «No al meccanismo del massimo ribasso, che sarebbe un suicidio - spiega il numero uno dell'Ance Abruzzo -. Le stazioni appaltanti dovranno seguire a nostro avviso il criterio dell'offerta più vantaggiosa per l'ente. Vuol dire basare le scelte su fattori come rispetto delle regole, tempi, qualità della progettazione, garanzia delle opere. Parliamoci chiaro, la qualità non è tra gli interessi della mafia, costringere le imprese sane a competere sui ribassi è come spingerle su un terreno minato».
La ricostruzione agli abruzzesi. Lo slogan del momento riassume il timore, messo agli atti da Direzione distrettuale e Procura nazionale antimafia, che i miliardi della ricostruzione trascinino l'Abruzzo nell'orbita di Gomorra. Ma rischia di archiviare troppo in fretta il capitolo delle responsabilità dell'imprenditoria locale nei crolli sospetti dell'Aquila. I palazzi di via Venti settembre e Campo di Fossa, per dirla chiara, non portano la firma di Cosa nostra. Dalla contraddizione Gennaro Strever esce con parole chiare di fiducia nella magistratura inquirente: «Alcune immagini dell'Aquila fanno venire i brividi, indubbiamente. Di fronte a tanta devastazione la ricerca della verità è un'opera doverosa. Parallelamente dobbiamo interrogarci sulla validità di un sistema di regole che, oggi, consente a chiunque di fare edilizia. Dal farmacista all'industriale, il mattone è diventato il secondo lavoro di tutti: possiamo ancora permettercelo? Ciò detto, nel complesso il patrimonio edilizio dell'ultimo trentennio ha resistito bene a un sisma di violenza eccezionale».
Fare squadra è la parola d'ordine dei costruttori, di fronte al compito immane della ricostruzione di un capoluogo. A parte i colossi come Toto, Di Vincenzo, Vittorini, Ics, il tessuto delle imprese associate all'Ance è composto da realtà piccole e medie, da quattro dipendenti in su. Nel complesso, il sistema confindustriale delle costruzioni associa 4.200 aziende, una minoranza rispetto alle 14.000 sigle iscritte all'anagrafe delle Camere di commercio e composte prevalentemente da singoli operatori. Il valore attuale del comparto è di 4,5-5 miliardi l'anno, controllati all'80 per cento dalla piccola elite delle imprese Ance: è la quota qualificata degli investimenti per opere pubbliche, edilizia privata e pubblica, ristrutturazioni. Da ottobre dello scorso anno il settore, che insieme a commercio e servizi ha trainato per anni l'economia della regione, è in caduta libera: il fatturato è precipitato del 25 per cento e il ricorso alla cassa integrazione ha raggiunto a marzo la soglia record delle quarantamila ore. Sono numeri e dimensioni a dire che senza sommare le forze sarà impossibile partecipare a un business di 8-12 miliardi di euro: «E' l'unica opzione che abbiamo - spiega il presidente -, per realizzare le competenze necessarie, per attrezzare le difese del nostro sistema economico e, in definitiva, per rispondere all'imperativo etico di contribuire con tutte le nostre energie alla rinascita dell'Aquila.