Assistendo alla storpiatura inconsapevole e reiterata del nome di Brodolini, e alla candida ammissione di non sapere nemmeno di chi si parli, ci si deve interrogare sulla qualità del nostro giornalismo e sulla sua cultura di base
Questa volta sono d'accordo con il ministro Brunetta. Che Daria Bignardi, giornalista impegnata e di fama, non sappia chi sia stato Giacomo Brodolini e storpi il suo cognome in Brandolini, è davvero stupefacente e, credo, di una certa gravità. Si tratta di conoscere o non conoscere, infatti, un personaggio importante della storia del nostro paese, il cui nome non è, come tanti della storia passata appeso a nulla o a episodi che hanno ormai perso qualsiasi attualità. Il nome di Brodolini è legato allo Statuto dei lavoratori, e cioè a quella legge 300 che l'Avanti! salutò come l'atto grazie al quale la Costituzione entrava finalmente in fabbrica. E che da allora - quaranta anni fa - ricorrentemente precipita nel nostro discorso pubblico, spesso inasprendolo e catalizzando su di sé controversie che trovano origine e alimento nelle questioni di oggi più che in quelle di ieri, da ultimo con l'acre controversia sull'articolo 18 dello Statuto, appunto.
Voglio dire che si ha una conoscenza parziale del presente, se non si hanno riferimenti su quel passato che pesa sul nostro presente, magari anche solo per ricordarci quanta vitalità sociale, quanta attenzione alle questioni dell'incrocio tra bisogni sociali e istanze istituzionali si sia manifestata in giorni nemmeno troppo lontani e quanto scarsa generosità intellettuale - e forse anche morale - ci sia invece oggi nella politica, nella cultura, e anche in un giornalismo che vive come se ormai tutte le battaglie da fare e vincere per la civiltà della nostra Repubblica siano state fatte e vinte, cancellando perciò tranquillamente chi ne fu protagonista.
Stiamo andando troppo oltre, e solo per una grave insufficienza in storia patria rivelata da una giornalista che peraltro è andata sempre ben al di là della sufficienza in tante altre occasioni e materie? Ritengo di no. Sicuramente, però, è troppo, sicuramente è troppo sbrigativo, sicuramente è troppo consolatorio e corporativo trattare lo scontro polemico tra il ministro e la giornalista come una lite tra ineguali, per suggerire che tra il potente e la giornalista il vero prepotente è come sempre il potente, tanto più se la giornalista è una donna che, come riferisce il Corriere della Sera che appena ricorda la causa dell'incidente dialettico quasi fosse un dettaglio, è alle prese con i problemi di tutte le donne, e perciò, dopo la polemica con il ministro, avrebbe suscitato uno spontaneo moto di simpatia in tutte le donne diventandone l'icona (l'ennesima) televisiva.
Cosa c'entra questo con la storpiatura inconsapevole e reiterata del nome di Brodolini e con la candida ammissione di non sapere nemmeno di chi si parli? Non ci si dovrebbe piuttosto interrogare sulla qualità del nostro giornalismo e sulla sua cultura di base? O magari anche sullo spessore della memoria storica della nostra società? A me pare questo il problema, non le stizzite puntualizzazioni di Brunetta, per una volta provvisto di qualche giusto argomento.