L'AQUILA - «L'Aquila non perderà niente, nessuna istituzione, nessun ente, anzi, otterrà qualcosa in più» è la promessa del presidente della Regione, Gianni Chiodi(nella foto in basso). Il suo è stato un inizio di governo che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque, tanto più a lui che aveva già il difficile compito di un piano di rientro per la sanità, poi la tragedia del 6 aprile e, nel futuro, la ricostruzione di città e paesi feriti, deturpati, smembrati, irriconoscibili. Una sfida, un'impresa.
Cosa prova oggi, un mese dopo?
«La tragedia mi lascia dentro un grande senso di utilità. Mi sento utile a una causa nobile e ciò mi dà una grande forza interiore. Non riesco a esprimere con le parole la gioia e la soddisfazione che ho provato quando ho visto trarre in salvo dalle macerie due persone».
L'aspetta una sfida difficile, addirittura una missione.
«È vero, missione e sfida difficilissime anche per le persone e le menti più eccellenti. Garantisco che L'Aquila, in particolare, tornerà a essere la città che era. Non perderà niente, anzi: avrà molto di più, per un atto di solidarietà nei confronti di una comunità ferita».
Intanto, però, molti aquilani incominciano a nutrire dubbi sulla ricostruzione immediata, sugli indennizzi, sul decreto legge.
«È naturale e condivisibile il timore dettato soprattutto dall'ansia che è in tutti coloro che hanno perso la casa e il lavoro. Il futuro, adesso, sembra nero».
E non è così? Quali risultati e operazioni, in questo mese, possono rendere ottimisti gli sfollati?
«Beh, la tempestività degli interventi di fronte all'enormità degli eventi e al numero delle persone coinvolte. Non stiamo parlando di San Giuliano di Puglia, ma di un capoluogo di regione. La risposta del Governo, anche e soprattutto con il decreto legge, è stata immediata. Si pensi che nelle Marche è arrivata dopo quattro o cinque mesi, qui invece dopo un mese appena. L'apprezzamento della comunità internazionale è stato unanime. A Bruxelles ho ricevuto solo elogi, anche perché la popolazione ha mostrato dignità e civiltà, riconosciute da Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia».
Avrà anche un aneddoto.
«L'ambasciatore tedesco mi ha detto: "Neanche noi avremmo fatto così bene e così in fretta". Detto dai tedeschi...».
Molti cittadini non sono convinti che sia andato tutto bene dal giorno dopo, dovrebbe riconoscerlo anche lei e farne tesoro nel futuro per la difficile opera di ricostruzione di un centro storico che non trova eguali nei precedenti terremoti.
«Non ho detto che tutto sia stato okay. Non mi è piaciuta, ad esempio, l'immagine arrivata ovunque di una terra compromessa; l'insinuazione di infiltrazioni mafiose già ben radicate nella nostra comunità; il sospetto di una città di cartapesta e, quindi, di una classe dirigente coinvolta; il fenomeno dello sciacallaggio; l'attacco alle persone da parte di "Anno zero". Voglio dire che la virulenza del terremoto non è data tanto dalla magnitudo di 5.8 quanto dalla accelerazione quattro o cinque volte superiore e ciò ha causato la distruzione».
C'è una ricostruzione davanti e un decreto almeno da emendare.
«Siamo avanti di tre mesi rispetto a drammi precedenti, ma questo è un terremoto che ha colpito una città capoluogo. Tutti i centri storici dei paesi delle Marche non fanno la metà del centro storico dell'Aquila. Dovremmo metterci il doppio degli anni che sono stati necessari nelle Marche, ma non sarà così. L'Aquila è un caso di studio internazionale, la ricostruzione del centro storico va fatta con qualità. Sarei per una ricostruzione in contemporanea con quella della periferia, ma l'area storica richiederà un impegno progettuale importante, di alto profilo, e avrà bisogno di più tempo».
Il decreto non stabilisce con precisione gli indennizzi, cosa sente di poter garantire agli sfollati?
«Il decreto è stato tempestivo per lo stanziamento dei fondi, ma essendo stato approvato velocemente non poteva che essere un decreto quadro perché non ci sono dati precisi. Ci saranno ordinanze che chiariranno meglio, ma intanto era importante bloccare le risorse che, forse, non basteranno e, allora, come promesso, ne arriveranno altre. La ricostruzione non è in discussione e neanche la ripresa delle attività».