Finora assegnate poco più di 500.000 carte, originariamente ne erano state previste 1.300.000
ROMA Poco più di cinquecentomila carte acquisti distribuite su un milione e trecentomila messe in cantiere, cioè neanche la metà. Così ora il governo si trova a dover risolvere il problema di non aver trovato abbastanza poveri da aiutare con questo strumento (che prevede la possibilità di fare acquisti con una disponibilità di 80 euro a bimestre), e quindi di utilizzare i soldi che aveva stanziato e che per il momento non sono usciti dalle casse dello Stato.
La soluzione che si sta profilando, e che potrebbe trovare posto in un decreto legge, consiste nell'allentare i requisiti previsti per avere diritto alla social card. Allargando quindi in questo modo la platea dei beneficiari effettivi. Una possibilità a cui già aveva accennato in Parlamento il ministro del Lavoro Sacconi.
Le modalità di intervento sono ancora allo studio. Una possibilità consiste nell'innalzare la soglia di reddito, attualmente fissata a 6.000 euro per i pensionati con più di 65 anni e le famiglie con almeno tre figli, e a 8.000 per gli ultrasettantenni. Il tetto verrebbe portato per tutti a questo valore più alto. Ma il reddito non è il solo criterio, va infatti combinato con altri requisiti previsti dal modello Isee, l'indicatore di situazione economica equivalente (ad esempio circa il possesso di abitazioni o di automobili). Questi vincoli potrebbero essere allentati; così come, più in generale, la carta acquisti potrebbe essere riorientata verso i nuclei familiari, piuttosto che agli anziani.
Il provvedimento potrebbe arrivare nelle prossime settimane, ma non è il solo a cui il governo sta lavorando. Si parla con insistenza della necessità di un decreto correttivo dei conti pubblici, una sorta di "manovrina" estiva, ma il ministero dell'Economia, con un comunicato ufficiale ha smentito questa eventualità. C'è da rimettere la mani sul decreto Abruzzo, per il quale sono stati annunciati tre emendamenti. Per reperire ulteriori fondi non è escluso il ricorso al rimpatrio dei capitali, una nuova edizione dello scudo fiscale (del resto menzionato esplicitamente proprio nel provvedimento relativo al terremoto). Per coloro che riportano i capitali in Italia (senza possibilità di farli uscire di nuovo, a differenza di quanto avvenne nel 2002) ci sarebbe da pagare una aliquota compresa tra il 7 e il 10 per cento.
Quanto alla situazione generale dei conti pubblici, il quadro recentemente presentato dalla Ruef risente pesantemente della crisi economica e dei suoi effetti soprattutto sulle entrate fiscali. Non si tratta quindi di riportare il deficit sotto il 3 per cento, obiettivo impossibile, quanto di garantire il finanziamento di alcune spese. Del resto come tutti gli anni è previsto per giugno l'assestamento di bilancio, non necessariamente accompagnato da un decreto legge.